Ottobre-Dicembre 2008 n. 4 Anno XXII Quaderni di Minimondo Rivista culturale Braille Periodico trimestrale Fascicolo I Direzione Redazione Amministrazione Biblioteca Italiana per i Ciechi 20052 Monza - Casella postale 285 c.c.p. 853200 - tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it Dir. Resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Massimiliano Cattani, Antonietta Fiore, Luigia Ricciardone, Pietro Piscitelli (Responsabile) Copia in omaggio Stampato in Braille a cura della Biblioteca Italiana per i Ciechi ®Regina MargheritaŻ onlus via G. Ferrari, 5/a 20052 Monza Sommario Enrico Beltramini: Barack Obama e l'America post-razziale (®Vita e PensieroŻ n. 4/08) Matteo Jessoula: Previdenza complementare, Tfr e ®silenzio- assensoŻ (®il MulinoŻ n. 5/08) Giuseppe Mantovani: Il testamento biologico (®Psicologia contemporaneaŻ n. 210/08) Franco Di Maria, Ivan Formica: Assalti all'anima (®Psicologia contemporaneaŻ n. 197/06) Raffaella Sarti: Dal lacchŠ alla badante (®PrometeoŻ n. 103/08) David W. Dodick, J. Jay Gargus: Perch‚ colpisce l'emicrania (®Le ScienzeŻ n. 482/08) Fernando E. Vega: I segreti del caffŠ (®Le ScienzeŻ n. 480/08) Mariateresa Montaruli: Gianrico Carofiglio: vi racconto Bari (®Tutto TurismoŻ n. 356/08 Giuseppe Lippi: Arthur Clarke: il cantore del 2001 tra tecnologia e poesia (®LettureŻ n. 650/08) Lorenzo Ferrero: Luciano Berio: l'ultimo grande autore del Novecento italiano (®LettureŻ n. 647/08) Comunicato: Rinnovo abbonamento riviste Barack Obama e l'America post-razziale - L'ascesa di Obama alla presidenza Usa non segnala l'avvento di una realt… multirazziale, ma prelude a una societ… post-razziale, esito di una difficile e dolorosa maturazione storica della comunit… afroamericana e della nazione americana. - Quattro anni fa, la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti ci offrŤ l'immagine di un'America imperiale. Non solo imperiale, ma addirittura muscolare, interventista e unilaterale; ferita, risentita e all'attacco. L'ultima campagna elettorale ci ha presentato un'America molto diversa. Lontani i tempi delle minacce e dell'apocalisse, oggi Š il tempo dell'incontro e dell'ascolto. L'America di oggi Š un'America unitiva, che chiama a raccolta, che stringe i ranghi. Un'America che riflette ad alta voce, che si interroga; senza abiurare al proprio ruolo di superpotenza, senza rinnegare il suo status di nazione eletta. Non Š un'America ferita, non Š un'America perplessa, non Š un'America smarrita. Ô un'America che riconosce e si adegua alla complessit… del mondo post 11 settembre, tra rinascita islamica e imperialismo cinese; tra volatilit… dei mercati e geopolitica delle risorse energetiche. Quella che il dibattito elettorale ci ha mostrato Š un'America che cerca di individuare i motivi di divisione e superarli, di identificare le figure polarizzanti e isolarle, di circoscrivere i nodi culturali e disinnescarli. I due candidati, quello repubblicano John McCain, e quello democratico Barack Obama, certamente si sono mossi su questa linea anche per motivi squisitamente politici: essi hanno guidato coalizioni che dovevano invadere il campo avversario per vincere. Ed Š in questa ossessione di uscire dallo steccato del partitismo che si Š giocata la partita elettorale fin dall'inizio, al momento della scelta dei candidati che correvano (e di quelli che non correvano). Ma certamente entrambe sono figure di politici poco muscolari, al contrario intellettuali, solidi caratterialmente e poco propensi alla partigianeria. Animati da principi chiari e da una seria ed evidente volont… di riconciliazione. Ô in questo contesto di indagine e di riflessione, di riunione e di dialogo, che l'America in campagna elettorale ha ricominciato a parlare di ci• di cui non si pu• parlare; ha nominato l'innominabile; ha fatto ci• che non si pu• fare, che nessuno pu• fare in America. Ha parlato del ®neroŻ. Ha parlato del ®negroŻ. Certamente, non si Š espressa cosŤ; certamente non ha usato questa parola. Ma senza dubbio grazie alla candidatura di Barack Obama ha parlato di ci• che Š l'elemento divisivo pi— forte e pi— radicato della propria storia: il razzismo. L'evidenza del razzismo Per quanto possa sembrare contro-intuitivo, il momento in cui il razzismo apparve in tutta la sua enormit…, non Š quello della schiavit— o della sua abolizione (1865), ma quello - un secolo dopo - immediatamente successivo alla firma della legge sui diritti civili (1965). Il momento non Š quando cento milioni di africani muoiono nelle stive delle navi che li trasportano in America, e nemmeno mentre si pongono le basi dell'istituzione della schiavit—. Non Š neppure quando si instaurano le prassi dell'abuso sessuale delle donne nere, del meticciato e del linciaggio. Il momento arriva quando si prende per la prima volta atto e in maniera definitiva che il razzismo Š una metastasi che ha contagiato tutta la societ… americana. Il momento Š quando si scopre la realt… dei ghetti neri del Nord, quando cioŠ si scopre la vena razzista della working class bianca che vive in un'area degli Stati Uniti compresa tra il Midwest e il New England, la Rust Belt, cioŠ l'ex zona manifatturiera che sta tra l'Illinois e la Pennsylvania: Indiana, West Virginia e Ohio. Lavoratori indefessi, risparmiatori, disinteressati alla politica almeno fino a quando nessuno minaccia il loro microcosmo sociale: villette a un piano in grandi e piatti quartieri residenziali, scuole di quartiere, trasporti e qualche ospedale locale. Nella prima parte del secolo scorso, questi quartieri residenziali furono lambiti dall'immigrazione nera che si spostava dagli Stati del Sud a quelli del Nord per trovare lavoro nelle fabbriche. Le comunit… bianche reagirono drasticamente a quella che percepivano come una minaccia afroamericana: adottarono una strisciante, serrata ed efficace chiusura sociale nei confronti dei neri. C'Š un bellissimo libro, Sundown Towns: A Hidden Dimension of American Racism, scritto dal sociologo James W. Loewen, che racconta la storia di questi quartieri residenziali piccolo-borghesi: erano totalmente bianchi nel 1920 e lo sono tuttora oggi. Il desiderio nemmeno tanto nascosto delle comunit… bianche era quello di chiudere la minoranza afroamericana nei ghetti e costruire intorno a essi una cintura di sicurezza fatta di polizia e disinteresse. Lo stesso partito democratico era diviso tra l'elettorato bianco delle periferie e quello nero dei centri urbani. Ô appunto quando ci si avvia alla fine della segregazione, quando ci si culla nei sogni della coesistenza pacifica tra bianchi e neri, che si Š riportati brutalmente alla realt…: il razzismo non Š un fenomeno limitato a una certa parte degli Stati Uniti. Non esiste un Nord buono e un Sud cattivo, perch‚ alla segregazione de jure del Sud ha sempre fatto da contrappasso una discriminazione de facto del Nord. Era stata un'illusione ottica, quella in cui erano caduti la classe media nera di Atlanta (Georgia) e Martin Luther King (che infatti si risvegli• dal suo ®sognoŻ): avevano creduto nella silenziosa ma concreta promessa di integrazione nascosta nella societ… liberale americana. In realt…, esisteva di fatto una disparit… economica abissale: nel 1965, soltanto il 3% dei nuovi posti di lavoro era andato agli afroamericani. Le contraddizioni teoriche di una societ… liberale che promuoveva l'uguaglianza e la giustizia mentre produceva forme ruvide e violente di discriminazione erano risolte nell'assunto implicito che la societ… liberale Š liberale per i bianchi. La contraddizione politica Il primo a vedere chiaramente il paradosso politico che il razzismo pone alla tradizione liberale americana Š stato Robert Kennedy. Ô forse la fase della sua vita pi— studiata dagli storici, quella che trasforma un brillante prodotto dell'‚lite bianca del New England nel portavoce delle minoranze etniche. Ovviamente, Š anche la fase pi— impenetrabile, che meno si offre all'analisi. Da dove abbia attinto questa sintonia con i neri pi— disperati di Bedford-Stuyvesant, una specie di Harlem confinante con Brooklyn, nello Stato di New York, in cui vivevano 400-mila persone e dove Kennedy aveva avviato un progetto di rigenerazione del ghetto, resta un mistero. Ô comunque evidente che in qualche maniera si era liberato dai condizionamenti a cui era stato sottoposto nella prima parte della sua vita; si era costruito un'identit… autonoma, slegata dal flusso naturale della sua comunit… d'origine. Era uscito dal recinto della cultura liberale tradizionale per elaborare un proprio messaggio. Era partito guardando al movimento dei diritti civili dal punto di vista dell'‚lite bianca liberale, desiderosa di allargare il sogno americano ma implacabilmente attenta a non perderne il controllo. Poi, con una torsione che colpŤ l'immaginario collettivo, riuscŤ a guardare l'America bianca liberale dal punto di vista delle minoranze etniche. E quello che vide - tutti gli studiosi sono concordi - lo sconvolse e lo cambi• per sempre. Vide l'America come un arcipelago di isole senza ponti di collegamento. Le isole dei neri e quelle dei bianchi; quelle dei ricchi e quelle dei poveri; quelle del Nord e quelle del Sud. Sprovvisto della sicumera del fratello presidente, incapace di costruire una linea politica attraverso atti legislativi successivi - come il fratello senatore - ma dotato di un intuito politico superbo, intravide un assoluto nonsenso politico: un'America liberale razzista. Si trov• inghiottito nel vortice creato dall'improbabile movimento di una societ… che si dichiarava liberale e praticava la discriminazione razziale. Fiss• interrogativamente il mondo da cui veniva e chiese conto di questo mostro bifronte. PercepŤ l'esistenza di una discriminazione razziale ancora pi— sottile di quella segregazionista: quella che spinge i neri a diventare bianchi. Comprese che l'ipocrisia liberale pi— grande era partire dalla propria identit… di bianco ricco americano, e universalizzare questa identit…; capŤ che il regalo pi— grande che poteva fare agli afroamericani era lasciarli essere tali. Concesse che l'integrazione era tale soltanto se riconosceva alla minoranza afroamericana l'orgoglio di un'identit…. Gli afroamericani dovevano entrare nella societ… americana conservando la propria identit…. Quello che capŤ Š che parlare in termini universali significa parlare dal punto di vista dell'America bianca. Soltanto una volta che fosse stato abbandonato questo linguaggio universale, le identit… marginali avrebbero potuto emergere. Il punto Š che le minoranze etniche - e in primis quella afroamericana - dovevano essere messe nelle condizioni di sviluppare la propria identit…. Occorreva lasciare che gli afroamericani decidessero da soli che cosa significa essere neri e americani. Possiamo dire, in sintesi, che Kennedy prese coscienza del suo essere bianco. Era il tempo in cui si era alzata una marea nera che sembrava da un momento all'altro sommergere il Paese. Quando, nell'aprile del 1968, era stato assassinato Martin Luther King jr., 110 citt… erano state investite dalla rabbia degli afroamericani; c'erano stati 39 morti e 2500 feriti. Per un attimo si era temuto che la protesta stesse trasformandosi in rivolta. Era stato l'ultimo di una serie di incidenti che avevano diviso il Paese. Gli afroamericani erano ormai pronti a seguire chiunque potesse dare loro speranza, i bianchi a votare chiunque avesse dato loro sicurezza. Kennedy vide la crisi della cultura liberale cosŤ come, prima di lui, Martin Luther King, il movimento hippie e quello di protesta contro la guerra in Vietnam. Anticip• la svolta anti-intellettuale degli anni Settanta e partŤ dai problemi. Fu lucidissimo nella previsione che l'America era a un bivio tra riconciliazione profonda e frammentazione e cominci• a parlare a entrambi i mondi, quello dei bianchi e quello dei neri. Kennedy Š stato il primo politico bianco dopo Lincoln di cui gli afroamericani si siano fidati. Era un insider, un politico che apparteneva al sistema e che lo voleva riformare dall'interno. Poi, Bob Kennedy fu assassinato, Richard Nixon divenne presidente e inizi• la narrativa conservatrice che addebita agli stessi afroamericani lo stato disgraziato in cui sono sprofondati. La fase dell'identit… nera I ghetti neri al Nord erano il frutto amaro e inaspettato della profonda trasformazione che aveva investito la struttura manifatturiera americana alla fine degli anni Cinquanta. Il processo - che progressivamente porter… alla nascita della societ… post- industriale - inizi• con il lento ma inarrestabile declino delle grandi fabbriche nate nei centri cittadini. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, le grandi fabbriche si spostarono dai centri cittadini ai sobborghi. Questa migrazione provoc• la crisi dei centri urbani. Il cuore della vita cittadina - negozi, banche, intrattenimento - si ricolloc• lontano dal centro, lasciando dietro una eredit… di insegne di negozi vuoti, lotti senza costruzioni, strade senza illuminazione. I ghetti nacquero allora, quando gli afroamericani si ritrovarono lontani dai posti di lavoro. Nel 1965, il 75% dei giovani afroamericani era disoccupato. Con scarsi mezzi di trasporto che collegavano il centro alla periferia, le citt… si ritrovarono divise in due: da una parte la realt… linda, opulenta, sicura dei bianchi; e dall'altra parte quella dismessa, miserabile e pericolosa degli afroamericani. A complicare le cose c'era la crescente ostilit… tra gli abitanti dei centri residenziali e quelli dei centri urbani, pi— poveri. Ovviamente, chi abitava nei quartieri residenziali non aveva piacere di ritrovarsi mendicanti nelle strade e baracche confinanti. La situazione stava diventando esplosiva. Gli afroamericani rispondevano alla segregazione economica con la protesta civile e la rivolta violenta. Nell'agosto del 1965, il quartiere nero di Watts, nella parte meridionale del centro cittadino di Los Angeles, era stato protagonista di disordini, atti di violenza e vandalismo, crimine. Altri scontri avvennero a Chicago e Cleveland nel 1966, a Tampa, Cincinnati, Atlanta e Detroit nel 1967. Proprio a Watts, dopo che la guardia nazionale e la polizia avevano riportato l'ordine al prezzo di 34 morti afroamericani e 200 milioni di dollari in danni, alcuni giovani provocarono Martin Luther King: ®We won!Ż. E quando lui protest•, chiedendo ragione di queste espressioni di vittoria, loro spiegarono: ®We won because we made them pay attention to us!Ż. La vittoria era essere percepiti; essere considerati dai bianchi. Magari essere picchiati, imprigionati, uccisi dai bianchi. Essere percepiti aiutava la costruzione della loro identit…. Fino ad allora, gli afroamericani erano stati invisibili. Come nella novella di Ralph Ellison, che racconta di un afroamericano alla ricerca della sua identit… e del suo posto nella societ…; ricerca complessa perch‚ egli Š invisibile, nel senso che i bianchi si comportano come se non esistesse. Ô in questa fase che - a fronte della disperazione dei ghetti, del declino del welfare, della crescente ostilit… della classe media bianca meno istruita e benestante, dell'isolamento politico e della narrativa conservatrice che addebitava agli stessi afroamericani lo stato disgraziato in cui versavano - la reazione fu lo sviluppo di una cultura afroamericana identitaria. Non semplicemente identitaria, ma radicalmente identitaria. Si tratta di una cultura nata da una comunit… senza radici, segnata dalla esperienza del razzismo. La sua costruzione passa attraverso narrative migratorie, la scoperta dell'Africa, il recupero dell'esperienza della schiavit—. Ô la fase in cui il confronto con le altre culture, in primis quella bianca, assume la forma del confronto e della rivendicazione. Ô la riscoperta della dimensione fortemente religiosa della cultura afroamericana e di come essa si Š rapportata con le altre matrici religiose (tra cui quella cattolica). La fase in cui si affievoliscono le pretese di universalit… della cultura bianca e si comincia a parlare di societ… multietnica. Da controcultura a cultura istituzionale Oggi tuttavia siamo a una svolta. La cultura afroamericana si sta svincolando dal suo fondamento razziale. Liberata dalla correlazione alla razza, perdono forza le tradizionali spinte identitarie della cultura afroamericana, che a questo punto pu• aprirsi alla contaminazione e intessere conversazioni su temi generali che investono e interessano un pubblico ampio che va oltre quello afroamericano. Da ultimo, quella afroamericana smette di essere una controcultura e diventa, con Obama, una cultura istituzionale. Questo Š possibile perch‚ viviamo la storica fase in cui si affievolisce negli Stati Uniti il rapporto tra identit… ed etnia. Barack Obama non si interpreta n‚ comunica come politico a partire dalla sua appartenenza alla comunit… afroamericana. La costruzione dell'identit… avviene dentro, fuori, o tangenzialmente all'etnia di appartenenza. Questo naturalmente ridisegna il significato di etnia: l'etnia Š una cultura. L'intero dibattito sul razzismo assume una prospettiva nuova: non Š pi— collegato alla natura della persona (il colore della sua pelle) quanto al significato che Š associato a quel colore. La soluzione dei problemi sociali Š cosŤ demandata alla demolizione dei pregiudizi piuttosto che alla garanzia delle minoranze. L'integrazione razziale negli Stati Uniti si avvia a realizzarsi non attraverso l'assimilazione di una etnia nell'altra e nemmeno attraverso la costruzione di una societ… multietnica, ma grazie al depotenziamento della natura razziale a mera appartenenza culturale. Si Š spostato l'equilibrio tra popolazione bianca e minoranze etniche, che ormai raggiungono pi— del 40% dell'intera popolazione degli Stati Uniti. Piuttosto che la comunit… in dialogo - il modello della societ… multietnica - assistiamo allo svilupparsi di un affievolimento del rapporto tra identit… e razza, per cui il gruppo etnico diventa un dispensatore di storie piuttosto che il luogo naturale di appartenenza. Si tratta di un'operazione culturale immane, appena iniziata, comparabile con altre di uguale rilevanza storica: quella compiuta dagli indiani nei confronti del pregiudizio colonialista nella prima met… del secolo scorso, o quella della maggioranza nera in Sudafrica nei confronti dell'apartheid. Ô degno di nota che - come in India e Sudafrica - anche negli Stati Uniti la fine del pregiudizio non avvenga grazie a un ripensamento di chi Š beneficiato dal pregiudizio ma a una riarticolazione del pregiudizio da parte di chi ne Š vittima. Il punto fondamentale - centrale per il democratico Barack Obama - Š che se l'afroamericano libera se stesso dalla maledizione del suo passato, dalla memoria della schiavit—, della segregazione e della discriminazione, se purifica la sua memoria, si rende meno dipendente dal determinismo implicito nella sua storia di soprusi, ingiustizie e linciaggi. Il punto Š che sia il nero sia il bianco sono imprigionati nella loro storia. Se il nero si libera della sua storia, libera il bianco dalla sua. Se il nero si libera dal rancore, libera il bianco dal razzismo. Il razzismo Š divisivo perch‚ Š America almeno tanto quanto lo Š l'antirazzismo. E quindi il rigetto del razzismo Š il rigetto di una certa America. Bene fa Obama a ricordare che il segregazionismo ha portato alla ribellione degli afroamericani e alle politiche non discriminatorie; e che le politiche non discriminatorie hanno generato il sentimento di rigetto dei bianchi e l'emergenza della Nuova Destra. A ogni movimento Š seguito quello opposto, in un interminabile duello dove un'America delegittima l'altra, la depotenzia, la isola; dove ciascuna narrativa combatte l'altra, la rifiuta, la rigetta. L'appello di Obama a superare il razzismo cosŤ come l'antirazzismo e a dismettere le narrative di parte, non Š l'espressione di un figlio della societ… liberale che crede nell'uguaglianza dei diritti, ma di un uomo del dialogo impegnato nella costruzione di una societ… post- razziale. Ô il coronamento di un'intera campagna elettorale votata alla riconciliazione. Come detto, siamo all'inizio di un lungo processo; eppure gi… oggi appaiono i segni promettenti di una soluzione al problema storico del razzismo non come frutto gratuito della grande tradizione liberale americana ma conclusione di un lungo percorso della comunit… afroamericana per liberarsi dal determinismo del proprio passato. Enrico Beltramini (®Vita e pensieroŻ n.4/08) Previdenza complementare, Tfr e ®silenzio- assensoŻ - Nella costruzione di moderni sistemi pensionistici lo Stato deve mantenere la propria cruciale funzione regolativa. Stante la peculiarit… e la rilevanza delle pensioni come ®prodottiŻ dei nuovi ®mercati previdenzialiŻ, la questione della copertura e della diffusione delle stesse non pu• essere affrontata come se si trattasse di semplici prodotti di consumo. - Da tempo si insiste sull'adeguatezza delle pensioni future come uno dei nervi scoperti del sistema italiano di protezione della vecchiaia dopo le riforme degli anni Novanta, specie se valutata in rapporto a un livello del prelievo contributivo decisamente elevato per i lavoratori dipendenti. Inoltre il Tfr veniva identificato come il ®nodo gordianoŻ da sciogliere, affinch‚ una delle componenti fondamentali del sistema pensionistico per le generazioni pi— giovani - la previdenza complementare o integrativa - potesse effettivamente svilupparsi e contribuire cosŤ ad assicurare un adeguato livello di tutela economica nella vecchiaia. In effetti, dopo circa un decennio in cui il dibattito Š rimasto incentrato sui problemi di (in)sostenibilit… finanziaria e di (scarsa) equit… distributiva della previdenza pubblica, ormai da qualche anno l'attenzione si Š almeno in parte ri-orientata verso la questione del livello di protezione garantito dal sistema pensionistico nel suo complesso, specie per le giovani generazioni, e dunque sulla ®sostenibilit… socialeŻ dello stesso. Tra il 2005 e il 2008, inoltre, sono stati adottati due provvedimenti - la riforma Maroni-Tremonti del 2004-2005 e la riforma Damiano del 2006- 2007 - che hanno profondamente inciso sulla normativa previdenziale, e in particolare sulle regole per i cosiddetti ®pilastriŻ complementari a capitalizzazione, introducendo tra l'altro la nota formula del ®silenzio- assensoŻ per il trasferimento del Tfr a questi ultimi. Dopo una breve messa a fuoco dell'argomento, questo articolo mira pertanto ad analizzare la recente evoluzione della previdenza complementare in Italia - anche alla luce dei suddetti interventi legislativi - al fine di delineare le prospettive previdenziali in particolare per le generazioni pi— giovani e con riferimento alle diverse categorie di lavoratori (dipendenti privati e pubblici, autonomi e cosiddetti ®atipiciŻ). Dall'assicurazione obbligatoria alla tutela ®integrataŻ della vecchiaia In Italia la protezione economica della vecchiaia Š stata tradizionalmente affidata, per la gran parte dei lavoratori, al sistema pensionistico pubblico - tecnicamente denominato ®primo pilastroŻ. Fino alle riforme recenti la tutela garantita dal sistema pubblico era infatti robusta per i lavoratori subordinati - privati e pubblici - in virt— di prestazioni pensionistiche collegate alle ultime retribuzioni e, dal 1990, anche per i lavoratori autonomi assicurati presso l'Inps (artigiani, commercianti, lavoratori agricoli) grazie all'estensione del metodo retributivo a questa categoria. Dopo una carriera completa di 40 anni le pensioni rimpiazzavano circa il 75% dell'ultimo reddito da lavoro nel settore privato e quasi il 100% nel comparto del pubblico impiego. Lo spazio per forme pensionistiche integrative Š quindi stato sempre molto limitato, e alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso solo 500-mila dipendenti privati aderivano ai fondi pensione complementari - istituiti pressoch‚ esclusivamente nel settore finanziario e presso alcune grandi societ… multinazionali. Rispetto a questo quadro, le riforme degli anni Novanta hanno per• rappresentato una sorta di spartiacque, modificando radicalmente il ruolo del sistema pensionistico pubblico nel mantenimento del reddito nella vecchiaia. In particolare il metodo contributivo, introdotto con la riforma Dini del 1995 per tutti i lavoratori entrati nel mercato del lavoro dopo il 1ř gennaio 1996, comporter… una drastica riduzione del livello delle pensioni. Le previsioni indicano un ®tasso di sostituzioneŻ - il rapporto, cioŠ, tra la prima prestazione pensionistica e l'ultima retribuzione o reddito da lavoro - attorno al 50% per i lavoratori dipendenti che andranno in pensione dopo il 2030 e di circa il 30% per i lavoratori autonomi. A ci• si aggiunga, inoltre, che la trasformazione del mercato del lavoro, con la diffusione dei contratti ®atipiciŻ e di profili di carriera discontinui e frammentati, produrr… un'ulteriore riduzione dell'importo delle pensioni per un ampio numero di lavoratori. Pertanto, fin dalla riforma Amato del 1992- 93, vari provvedimenti hanno previsto misure volte a sviluppare i pilastri complementari, affinch‚ i futuri pensionati possano disporre di un doppio livello di tutela derivante dalla combinazione delle pensioni pubbliche con quelle integrative. Ô stata infatti avviata la costruzione di un sistema di previdenza complementare a capitalizzazione, ad adesione volontaria, sostenuto da agevolazioni fiscali e organizzato su forme pensionistiche collettive e individuali. Le prime sono rappresentate dai fondi chiusi - o negoziali, in quanto istituiti nel quadro della contrattazione collettiva e gestiti dalle parti sociali - e dai fondi aperti nel caso di adesione collettiva (istituiti da banche, assicurazioni, societ… di gestione del risparmio). Tra le seconde troviamo ancora i fondi aperti nel caso di adesione individuale, e i cosiddetti Pip - le forme pensionistiche individuali attuate mediante polizze di assicurazione. Data la particolare scarsit… di risorse economiche disponibili per sostenere lo sviluppo della previdenza complementare, il Tfr Š stato individuato come principale strumento di finanziamento, in particolare dei fondi negoziali. Nel corso dell'ultimo quindicennio l'Italia ha perci• avviato, come la maggior parte dei Paesi europei con un sistema previdenziale simile (tra cui Austria, Francia, Germania, Grecia, Spagna), una transizione da un sistema pensionistico mono-pilastro - costituito, cioŠ, soltanto dagli schemi pubblici, generalmente gestiti a ripartizione - a un assetto multi-pilastro, nel quale il sistema pubblico Š integrato da un secondo pilastro, con fondi pensione collettivi, e da un terzo, con schemi individuali, entrambi a capitalizzazione. Altre nazioni - in particolare Danimarca, Gran Bretagna, Olanda e Svizzera - avevano tuttavia gi… intrapreso la strada dell'integrazione multi-pilastro alcuni decenni prima. Dall'esperienza di questi Paesi - e specialmente dal caso britannico - Š quindi possibile trarre alcune importanti indicazioni circa i problemi che possono insorgere nella transizione da una situazione nella quale la tutela della vecchiaia Š affidata all'assicurazione pensionistica obbligatoria - solitamente pubblica - per tutti i lavoratori a una in cui il mantenimento (di almeno una parte) del reddito nella fase post-lavorativa dipende dalle scelte dei lavoratori riguardo l'adesione o meno agli schemi complementari. In particolare Š emerso che lasciare ai lavoratori la possibilit… di decidere se aderire a un fondo complementare Š rischioso almeno per due ragioni: perch‚ i lavoratori possono scegliere di non aderire ai fondi pensione ovvero perch‚, anche in caso di adesione, possono versare una quota molto ridotta di contributi, preferendo una maggiore disponibilit… di risorse per il consumo. In entrambi i casi il risultato Š che, al momento del pensionamento, il lavoratore non disporr… di una tutela economica adeguata. Nel 2005, quando Giuliano Cazzola richiamava l'attenzione sul problema dell'adeguatezza della protezione pensionistica nei prossimi decenni, la situazione italiana mostrava effettivamente alcune criticit… connesse a uno dei rischi appena delineati. Su circa 23 milioni di lavoratori occupati, gli iscritti alle forme pensionistiche complementari non raggiungevano infatti i 3 milioni, una cifra certamente modesta, che metteva in evidenza come dieci anni dopo la riforma Dini la gran parte dei lavoratori italiani avesse deciso di non aderire ai fondi complementari e non disponesse, perci•, di una tutela previdenziale integrativa. Il quadro, peraltro, non era per nulla omogeneo e si potevano cogliere, accanto a (pochi) segnali positivi, alcune situazioni particolarmente critiche. Se da un lato alcuni fondi negoziali avevano dimostrato una buona capacit… di ®attrazioneŻ dei potenziali beneficiari (i lavoratori di un determinato settore produttivo, categoria professionale, gruppo industriale o azienda), dall'altro lato la previdenza complementare non aveva praticamente alcuna diffusione tra i dipendenti pubblici e molto limitata era la capacit… di penetrazione tra i lavoratori autonomi. Anche nel comparto del lavoro dipendente privato, infine, si registravano notevoli difficolt… in quei settori caratterizzati da un tessuto produttivo frammentato, con imprese di piccole dimensioni, e rispetto ad alcune componenti della forza lavoro, quali le donne e i giovani. A che punto siamo ora? Ci sono stati degli sviluppi significativi nei tre anni successivi? Vediamo. Puntare sul Tfr per sviluppare la previdenza complementare Negli anni recenti, sia i governi di centrodestra guidati da Silvio Berlusconi (2001-06) sia quello di centrosinistra con premier Romano Prodi (2006-08) hanno affrontato la questione di come sviluppare la previdenza complementare, adottando due importanti provvedimenti e rilanciando l'idea originaria che vedeva nel Trattamento di fine rapporto l'elemento cruciale - il ®nodo gordianoŻ da sciogliere, appunto - per finanziare i fondi a capitalizzazione. Gi… nel 1993, infatti, la riforma Amato aveva introdotto - con il Decreto Legislativo 124/93 - la possibilit… di aderire ai fondi negoziali con il versamento di una quota di Tfr, versamento che diveniva integrale - anche se sempre volontario - per i lavoratori entrati sul mercato del lavoro dopo l'emanazione del decreto. Nel 2001 il ministro del welfare Maroni ha presentato un disegno di legge che prevedeva, tra l'altro, il trasferimento obbligatorio del Tfr ®maturandoŻ ai fondi pensione, e che mirava al contempo a favorire la concorrenza tra le varie forme pensionistiche complementari. Il progetto originario Š stato poi modificato per l'opposizione delle parti sociali, e alla fine di un lunghissimo processo decisionale, si Š giunti nel dicembre 2005 all'emanazione del Testo Unico sulla previdenza complementare (D. Lgs. 252/05) che ha introdotto - tra l'altro - il ®famigeratoŻ meccanismo del silenzio-assenso per il trasferimento del Tfr maturando ai fondi pensione. A partire dal 1ř gennaio 2008, i lavoratori avrebbero perci• avuto a disposizione tre alternative: a) dichiarare di voler mantenere il Tfr in azienda, b) esprimere la volont… di versare il Tfr a una forma pensionistica complementare a loro scelta, oppure c) rimanere ®silentiŻ, e in questo caso il Tfr sarebbe stato trasferito al fondo collettivo di riferimento o, in assenza di questo, a un fondo residuale costituito presso l'Inps (®Inps 1Ż). Dopo la vittoria elettorale della coalizione guidata da Romano Prodi alle elezioni del 2006, su proposta del nuovo ministro del lavoro Damiano, sono state approvate alcune misure che hanno modificato in maniera tutt'altro che marginale la normativa introdotta dal precedente governo, pur mantenendo il meccanismo del silenzio-assenso. Infatti il governo Prodi, oltre ad anticipare di un anno l'implementazione della riforma, ha delineato due differenti percorsi nel caso di manifestazione esplicita della volont… del lavoratore di tenere il Tfr in azienda: nelle imprese sotto i 50 addetti, il Tfr sarebbe effettivamente rimasto presso l'azienda; al contrario, nelle imprese con almeno 50 dipendenti il Tfr sarebbe stato trasferito a un fondo di tesoreria gestito dall'Inps (®Inps 2Ż) che garantisce condizioni analoghe a quelle previste per il Tfr. Tfr, silenzio-assenso e previdenza complementare: fallimento o successo? Come disposto dalla riforma Damiano, il 1ř gennaio 2007 Š stata avviata l'implementazione della riforma ed Š scattato il meccanismo del silenzio-assenso. I lavoratori hanno dovuto scegliere entro 6 mesi se destinare il Tfr alla previdenza complementare, tenerlo presso l'azienda ovvero - per i dipendenti delle imprese con almeno 50 addetti - affidarlo al fondo di tesoreria. Al fine di valutare se l'ennesimo tentativo di far decollare la previdenza complementare in Italia ha avuto esito positivo, sar… utile rilevare che gli iscritti alle forme pensionistiche complementari sono aumentati in modo deciso rispetto al 2005, e sono ormai avviati verso quota 5 milioni (4,65 milioni a marzo 2008). L'incremento delle adesioni Š stato particolarmente intenso tra fine 2006 e fine 2007, in concomitanza con l'inizio dell'operazione sul silenzio-assenso: +1,4 milioni di adesioni, con un incremento del 43,2%. Inoltre la riforma ha permesso di raggiungere alcune fasce di lavoratori - in particolare i giovani e le donne - fino a quel momento sottorappresentate tra gli iscritti alle forme pensionistiche complementari. Gli aderenti con meno di 35 anni, che rappresentavano solo il 17% del totale a fine 2006, sono aumentati fino al 25%, un dato questo che fa ben sperare se si tiene conto delle prospettive pensionistiche delle coorti pi— giovani nel sistema pubblico. L'incremento maggiore - +1,2 milioni, con una crescita del 57% - si Š registrato tra i lavoratori dipendenti privati, che sono giunti a contare 3,4 milioni di aderenti, la maggior parte dei quali (circa 2 milioni) iscritti ai fondi negoziali. Questi ultimi coprono sostanzialmente tutto il settore industriale e quello agricolo e circa 2/3 del terziario, con un tasso di adesione complessivo, dopo la riforma, pari al 32%. Alla crescita delle adesioni ha comunque contribuito anche il comparto del lavoro autonomo, che ®ha beneficiato dell'attenzione che Š stata data alla previdenza complementare nel corso di tutto il 2007, facendo registrare una crescita di circa 120.000 iscrittiŻ (+13% circa). Va detto, infatti, che il processo d'implementazione non ha riguardato soltanto la procedura del silenzio-assenso, bensŤ ha previsto anche un'intensa campagna informativa sui principali mezzi di comunicazione da parte del ministero del Lavoro, che per la prima volta ha portato in Italia il tema della previdenza complementare all'attenzione del pubblico. Nonostante queste cifre piuttosto lusinghiere, i risultati della riforma sono stati accolti freddamente dalla maggior parte degli operatori del settore. I principali organi di stampa hanno gridato al fallimento, concentrandosi in particolare sullo scarto tra il tasso di adesione ai fondi negoziali raggiunto dai dipendenti privati dopo la riforma (32%) e l'obiettivo del 40% prefissato dal ministro del lavoro Damiano. Tale valutazione negativa Š stata inoltre corroborata dal fatto che, al di l… dell'esito complessivo della riforma, il silenzio-assenso come meccanismo in s‚ non ha prodotto i risultati sperati. La stragrande maggioranza dei lavoratori ha infatti preferito manifestare esplicitamente la propria volont…, e le adesioni ®taciteŻ alla previdenza complementare sono state soltanto 60.000. Dobbiamo dunque vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? E soprattutto, che considerazioni possiamo avanzare circa le prospettive per la tutela della vecchiaia in Italia sulla base della situazione della previdenza complementare? In primo luogo, per evitare di rimanere intrappolati in un dibattito autoreferenziale, tutto racchiuso entro i confini nazionali, va messo in evidenza che il tasso di adesione del 32% nel settore del lavoro dipendente privato Š sostanzialmente in linea con quello di altri Paesi, che negli ultimi due decenni hanno avviato lo sviluppo dei pilastri a capitalizzazione accanto a un pilastro pubblico destinato a rimanere il ®cuoreŻ del sistema pensionistico. Inoltre i quasi 5 milioni di aderenti complessivi, pur rappresentando una quota minoritaria degli oltre 23 milioni di occupati, dimostrano che per un numero consistente di lavoratori la previdenza complementare Š ormai una realt… consolidata. E tuttavia questi indicatori - cosŤ come l'immagine del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto - non consentono di cogliere efficacemente i segnali di mutamento nel settore pensionistico in Italia n‚ la situazione della previdenza complementare, e nemmeno le prospettive della tutela della vecchiaia per i futuri pensionati. La raffigurazione pi— adatta Š infatti quella ®a macchia di leopardoŻ, che possiamo tratteggiare analizzando i diversi comparti del lavoro dipendente - privato e pubblico - e del lavoro autonomo. Verso una pluralit… di ®mondiŻ previdenziali Tra i dipendenti privati il tasso di adesione del 32% ai fondi negoziali nasconde una realt… estremamente differenziata in relazione alla dimensione delle imprese e al settore produttivo. Se infatti nelle aziende con meno di 50 addetti il tasso di adesione Š appena del 12%, in quelle con almeno 50 lavoratori esso Š decisamente maggiore: 42%. Il quadro Š altrettanto variegato per quanto riguarda i tassi di adesione ai diversi fondi negoziali: 8 di questi - rivolti ai lavoratori dei settori chimico e farmaceutico, dell'energia, del cemento e altri ancora - presentano livelli di adesione superiori al 60%, ben 12 fondi attraggono tra il 30 e il 60% dei potenziali beneficiari, mentre 11 si collocano al di sotto del 30%. Inoltre per i fondi pensione negoziali istituiti a livello aziendale e di gruppo l'adesione Š al 58,6%. Queste cifre sono tutt'altro che trascurabili se si considera che in Gran Bretagna - dove la previdenza complementare ha una storia lunga ormai diversi decenni, e il tasso di adesione complessivo Š al 57% - si riscontrano ampie variazioni a seconda del settore economico e della dimensione delle imprese. L'adesione ai fondi occupazionali Š infatti soltanto del 30% nelle aziende con meno di 50 addetti, per salire poi al 44% e al 60% nelle imprese con almeno 50 e 250 dipendenti rispettivamente. Tornando al caso italiano, tassi di adesione in molti casi superiori al 60% e addirittura all'80% - e dunque comparabili con le pi— avanzate esperienze europee, quali ad esempio Danimarca e Olanda, dove l'adesione Š complessivamente tra l'80 e il 90% - indicano che in molte realt… produttive i problemi strutturali, relativi alla scarsit… di risorse per finanziare la previdenza complementare, sono stati brillantemente superati. Ci• Š avvenuto in quei contesti nei quali una serie di fattori ha indotto i lavoratori a trasferire il Tfr - che costituisce la principale fonte di finanziamento dei fondi negoziali - alla previdenza complementare. Come recentemente rilevato anche dalla Covip, gli elementi che influiscono su tale scelta sono numerosi, e tuttavia sembrano potersi riassumere in: informazione, promozione, sindacalizzazione e dimensione dell'impresa. Affinch‚ i lavoratori decidano di aderire alla previdenza complementare Š infatti cruciale che: a) essi dispongano di informazioni corrette circa le proprie prospettive pensionistiche nel sistema obbligatorio e sulla convenienza relativa di Trattamento di fine rapporto e previdenza a capitalizzazione, ovvero b) siano incentivati a trasferire il Tfr alle forme complementari e c) non subiscano, al contrario, pressioni per mantenere lo stesso Tfr in azienda. Le prime due condizioni si riscontrano molto pi— frequentemente nei contesti in cui il sindacato Š presente e si attiva - spesso in collaborazione con i datori di lavoro - per informare i lavoratori e/o promuovere l'adesione ai fondi. Ci• accade nei settori economici a pi— elevata densit… sindacale e nelle aziende di maggiori dimensioni. Peraltro la dimensione dell'impresa esercita anche un autonomo, duplice, effetto positivo sulla diffusione della previdenza complementare, perch‚ da un lato la concentrazione dei lavoratori agevola la circolazione delle informazioni, dall'altro al crescere delle dimensioni diminuisce - specie dopo la riforma del 2006 - la probabilit… che i lavoratori ricevano pressioni per tenere il Tfr in azienda. Va infatti ricordato che per le imprese, specie quelle di minori dimensioni che hanno pi— difficolt… ad attrarre investimenti sui mercati finanziari, il Tfr rappresenta un'importante fonte di (auto)finanziamento. E siccome la riforma Damiano ha consentito che nelle imprese con meno di 50 addetti il Tfr possa rimanere in azienda, vi sono indicazioni di alcune pressioni sui lavoratori affinch‚ optino per questa soluzione. Nelle imprese di minore dimensione la scelta di tenere il Tfr in azienda pu• comunque risultare particolarmente appetibile anche per altre ragioni. Essa consente infatti ai lavoratori di acquisire una sorta di ®assicurazioneŻ contro il licenziamento, sia perch‚ cosŤ facendo essi continuano a contribuire all'(auto)finanziamento aziendale, sia perch‚ un eventuale licenziamento comporterebbe un costo per il datore di lavoro che dovrebbe erogare il Tfr maturato. Inoltre, se consideriamo che ai lavoratori occupati nelle piccole imprese (fino a 15 addetti) non si applica il ben noto Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e che gli stessi godono generalmente di una tutela meno robusta in caso di disoccupazione, questi lavoratori possono avere maggiore interesse a disporre del Tfr, che in caso di licenziamento rappresenta una risorsa immediatamente disponibile, e dunque preferibile rispetto al capitale accumulato nei fondi pensione. La situazione Š invece del tutto differente nelle aziende medio-grandi, poich‚ la disposizione sul trasferimento del Tfr al fondo di tesoreria ha comportato l'esclusione delle stesse imprese dal ®giocoŻ e definitivamente rimosso ogni ostacolo allo sviluppo della previdenza complementare. Considerando tutti questi aspetti, si coglie facilmente come l'introduzione di regole differenziate per le imprese sopra e sotto la soglia dei 50 dipendenti abbia rafforzato la preesistente ®fratturaŻ tra quei settori caratterizzati dalla prevalenza d'imprese di piccola dimensione, nei quali la previdenza complementare era una realt… molto modesta, e quei settori con un tessuto produttivo concentrato, dove i fondi integrativi avevano gi… una buona capacit… di attrazione dei lavoratori. Altri dati supportano l'idea che esistano ormai due mondi distinti della previdenza complementare nel comparto del lavoro dipendente privato. Osservando la variazione dei tassi di adesione per effetto della riforma, gli aumenti pi— consistenti si riscontrano infatti tra i fondi che avevano gi… tassi elevati alla fine del 2006 - con un incremento medio di 15,1 punti, dal 66,2% all'81,3% dei potenziali aderenti - e medi - dal 33,5% al 48,9%, con una crescita di 15,4 punti - mentre l'aumento Š stato di soli 7 punti (dal 6,2% al 13,2%) nei fondi con tassi di adesione inferiori al 20%. Sembra perci• plausibile che, a breve-medio termine, si possa verificare un processo di catching-up dei fondi a medio tasso di adesione rispetto a quelli a tasso elevato - ormai giunti presso la soglia di ®saturazioneŻ - mentre non sembra realistico che i fondi a basso tasso di adesione possano colmare il divario in assenza di ulteriori interventi normativi. Ci• comporterebbe una separazione ancor pi— radicale tra il gruppo di fondi pi— ®virtuosiŻ e i fondi con minore ®appealŻ. Alla luce di queste evidenze pare dunque di poter concludere che nel comparto del lavoro dipendente privato si Š determinata una fondamentale divaricazione, che incider… significativamente sulle prospettive previdenziali in particolare delle generazioni pi— giovani. Nei settori caratterizzati dalla prevalenza d'imprese medio-grandi, l'efficace sfruttamento del Tfr ha infatti permesso la riarticolazione del sistema pensionistico su pi— pilastri, e la gran parte dei lavoratori potr… disporre in futuro delle pensioni erogate dai fondi complementari a integrazione di quelle pubbliche. La funzione delle prestazioni integrative sar…, inoltre, tutt'altro che marginale se si considera che per i lavoratori entrati sul mercato del lavoro dopo il 1993 il livello medio della contribuzione ai fondi negoziali Š attorno al 9,25% della retribuzione lorda, un valore decisamente elevato anche rispetto ai Paesi europei con sistemi di previdenza complementare pienamente sviluppati. Nell'universo delle Pmi, invece, il Tfr non Š stato adeguatamente sfruttato e una serie di fattori ha indotto i lavoratori a privilegiare la scelta tradizionale del mantenimento dello stesso presso l'azienda. Questi lavoratori dovranno perci• fare affidamento in futuro sulle pensioni pubbliche, meno generose che in passato, e sulla quota residua di Tfr al momento del pensionamento. Per questi lavoratori il rischio Š che la tutela economica della vecchiaia possa rivelarsi inadeguata per almeno tre ragioni: a) il Tfr ha un rendimento sŤ garantito, ma molto modesto e tendente a zero al crescere dell'inflazione; b) in un mercato del lavoro sempre pi— caratterizzato da profili di carriera discontinui, la quota residua di Tfr al pensionamento potrebbe essere molto esigua e c) rimane sempre il problema della rendita, poich‚ il Trattamento di fine rapporto pu• essere erogato soltanto in un'unica soluzione. A quanto illustrato finora va aggiunto che, nel settore privato, una condizione particolarmente critica Š quella dei lavoratori ®atipiciŻ, e in particolare dei cosiddetti parasubordinati, che dal 1996 sono iscritti obbligatoriamente, per quanto riguarda l'assicurazione di primo pilastro, presso una ®gestione separataŻ dell'Inps. Questi lavoratori si trovano infatti in una condizione che potremmo definire di ®svantaggio cumulativoŻ per tre motivi. In primo luogo, essi percepiranno pensioni pubbliche erogate con il sistema contributivo estremamente modeste, perch‚ calcolate sulla base di un'aliquota che - seppur elevata dal governo Prodi al 24% per il 2008 e al 26% dal 2010 - Š inferiore a quella del 33% prevista per i lavoratori subordinati privati e pubblici. In seconda istanza, per la stessa natura dei contratti con cui sono assunti essi avranno generalmente profili di carriera discontinui e frammentati, e quindi pensioni pubbliche meno generose. In terzo luogo, non disponendo del Tfr, rischiano di rimanere de facto esclusi dalla previdenza complementare, o comunque di ricevere pensioni integrative d'importo estremamente ridotto. Rimane a questo punto da analizzare qual Š la situazione negli altri due comparti del pubblico impiego e del lavoro autonomo per i quali, lo diciamo subito, la riarticolazione multi-pilastro del sistema di tutela della vecchiaia sembra una possibilit… ancora remota, e le prospettive pensionistiche appaiono piuttosto critiche. Per i dipendenti pubblici il livello di tutela previdenziale assicurato dal primo pilastro sar… analogo a quello dei lavoratori subordinati del settore privato. Simile dovrebbe perci• essere la funzione d'integrazione delle pensioni pubbliche da parte della previdenza complementare, al fine di garantire un tasso di sostituzione attorno al 70-80%. Tuttavia, per questi lavoratori la previdenza complementare Š oggi ancora ai nastri di partenza: un solo fondo pensione negoziale - il fondo Espero per i dipendenti del settore ®scuolaŻ - Š operativo e ha raccolto circa 80.000 adesioni su un bacino di 1.300.000 potenziali aderenti. Per gli altri 2.100.000 occupati nel settore pubblico non esiste un fondo collettivo di riferimento, anche se nel maggio 2007 Š stato sottoscritto l'accordo istitutivo del fondo pensione per i lavoratori delle Regioni, delle Autonomie locali e del Servizio Sanitario Nazionale, seguito tre mesi dopo dall'accordo per il fondo dei dipendenti dei Ministeri e degli Enti pubblici non economici. La situazione non Š dunque rosea, e ci• dipende principalmente dal fatto che fino al 2001 i dipendenti pubblici non hanno potuto disporre del principale strumento di finanziamento dei pilastri complementari, il Tfr. Anche dopo l'estensione del Tfr a questa categoria, tuttavia, le adesioni alla previdenza complementare sono state frenate dalla lentezza con cui sono stati istituiti i fondi negoziali nel comparto pubblico, nonch‚ dal fatto che la normativa sul silenzio-assenso - che, come abbiamo visto, ha dato un forte impulso allo sviluppo dei pilastri complementari - Š stata prevista soltanto per i dipendenti del settore privato. Infine, le dolenti note per i lavoratori autonomi. Nonostante l'aumento delle adesioni nel corso del 2007 per effetto della riforma, le iscrizioni complessive alla previdenza complementare rimangono modeste: circa 900.000 aderenti su 6 milioni di lavoratori, pari a circa il 15%. Anche in questo caso il principale ostacolo all'accesso alla previdenza complementare Š rappresentato dall'indisponibilit… del Tfr come strumento di finanziamento, che rende difficile individuare le risorse da destinare a un investimento di tipo previdenziale. La mancanza di una tutela previdenziale integrativa per la maggioranza dei lavoratori indipendenti Š per• particolarmente critica perch‚ questa categoria - come i parasubordinati - percepir… con il metodo contributivo prestazioni ben inferiori a quelle dei lavoratori dipendenti. Se, come previsto, i tassi di sostituzione dovessero attestarsi attorno al 30% dell'ultimo reddito da lavoro, l'indisponibilit… di un secondo livello di prestazioni metterebbe gravemente a repentaglio la sicurezza economica di questi lavoratori nella fase di quiescenza. Conclusioni Il quadro appena delineato Š senza dubbio poco rassicurante. La differente penetrazione della previdenza complementare tra le diverse categorie professionali e nei vari settori economici contribuisce a definire uno scenario previdenziale nel quale, accanto al riemergere di elementi che avevano caratterizzato la tutela della vecchiaia nei decenni passati - quale la debole protezione pensionistica per i lavoratori autonomi - si manifestano nuove allarmanti dinamiche. Tra queste, in particolare, la diffusione del rischio di una tutela economica inadeguata per buona parte dei dipendenti privati e soprattutto per i dipendenti pubblici. I rimedi a questa situazione non sono facili da individuare, e tanto meno da adottare, per via delle resistenze illustrate in precedenza. La Covip ha recentemente suggerito una serie di interventi di lungo periodo - finalizzati alla creazione di una cultura previdenziale, che permetta ai lavoratori scelte consapevoli sulla base di una rappresentazione realistica delle prospettive pensionistiche - ma anche alcune misure a effetto pi— immediato. Tra queste, con riferimento al comparto del lavoro dipendente privato, alcune paiono interessanti: la riproposizione periodica di operazioni analoghe a quella sul silenzio- assenso - con il necessario corredo d'informazione e promozione - ovvero l'introduzione dell'obbligo di adesione tramite il versamento (perlomeno) del ®contributo aziendale gi… destinato a finalit… previdenziali dai contratti che disciplinano il rapporto di lavoroŻ. Il rischio Š, tuttavia, che si ripresentino dinamiche e problemi gi… noti: una bassa adesione nelle Pmi nel primo caso, una contribuzione insufficiente nel secondo. Ô dunque plausibile che, a questo punto, si debba prevedere l'utilizzo congiunto di pi— strumenti, inclusi quelli appena indicati, possibilmente accompagnati da alcuni elementi di ®flessibilit…Ż, come la reversibilit… della scelta nel caso di destinazione del Trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare e la possibilit… di versamento solo parziale dello stesso Tfr. Non Š questa, peraltro, la sede per individuare le soluzioni tecniche, che non dovrebbero comunque riguardare - come quelle riportate - soltanto i dipendenti privati ma rivolgersi anche - e conseguentemente differenziarsi - ai comparti del pubblico impiego e del lavoro autonomo. Ô invece qui opportuno richiamare il fatto che nella costruzione di sistemi pensionistici multipilastro lo Stato mantiene una cruciale funzione regolativa e che, stante la peculiarit… e la rilevanza delle pensioni come ®prodottiŻ dei nuovi ®mercati previdenzialiŻ, la questione della copertura/diffusione delle stesse non pu• essere affrontata come se si trattasse di semplici prodotti di consumo. Ô perci• necessario che i policy makers italiani mettano al centro dell'agenda la questione dell'adeguatezza della protezione pensionistica, affrontandola con un approccio capace di bilanciare gli interventi sul primo pilastro con quelli sulla previdenza complementare. E ci• al fine di evitare la sindrome previdenziale britannica, accollando sulle generazioni pi— giovani - oltre che gran parte dei costi del risanamento previdenziale - anche il rischio di un'insufficiente tutela economica nella vecchiaia. Matteo Jessoula (®il MulinoŻ n. 5/08) Il testamento biologico - Le questioni bioetiche chiamano in causa il modo in cui vengono prese le decisioni. - In italiano si chiama ®Testamento di vitaŻ, o ®biologicoŻ, un'espressione derivata dall'inglese ®Living willŻ. Si tratta delle volont… che una persona esprime nel pieno possesso delle sue facolt… mentali circa i trattamenti sanitari che desidera o non desidera ricevere nel momento del bisogno. Negli Stati Uniti questo documento Š richiesto a chiunque entri in un ospedale. Nel nostro paese, recenti vicende - da quella di Piergiorgio Welby, ammalato da quarant'anni di distrofia muscolare che, dopo nove anni di respirazione forzata, chiese di essere staccato dalla macchina da cui dipendeva, a quella di papa Giovanni Paolo II che rifiut• il sondino per l'alimentazione enterale quando il progredire del morbo di Parkinson di cui soffriva da tempo gli impedŤ di deglutire e quindi di nutrirsi - hanno attirato l'attenzione dell'opinione pubblica sulla questione del ®testamento di vitaŻ. Decisioni bioetiche e discernimento La questione chiave del ®testamento biologicoŻ Š quella dell'autodeterminazione. Non vogliamo in questa sede discutere i pro e i contro del riconoscimento legale del testamento biologico nel nostro paese, anche se vale la pena ricordare che l'Italia ha firmato la Convenzione di Oviedo su ®diritti umani e biomedicinaŻ in cui si afferma che ®il medico, anche tenendo conto della volont… del paziente laddove espressa, deve astenersi dall'ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondamentalmente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento per la qualit… della vita.Ż. Inoltre, contrariamente ad un'opinione diffusa, la Chiesa cattolica non Š contraria al testamento biologico (Veronesi, 2008). In Spagna, dove il ®Testamento vidalŻ Š legge, il modulo del testamento si trova nel sito della Conferenza episcopale spagnola ed Š indirizzato: ®Alla mia famiglia, al mio medico, al mio sacerdote, al mio notaioŻ. Vi si afferma che ®la vita Š un dono e una benedizione di Dio, ma non Š il valore supremo assolutoŻ. Il riferimento alla famiglia, poi al medico e cosŤ via evoca la rete sociale che sostiene e accompagna la persona ammalata. Le diatribe che hanno accompagnato la presentazione mediatica del ®caso WelbyŻ riguardavano essenzialmente il fatto che a quella particolare situazione potessero o non potessero applicarsi categorie come quella di ®accanimento terapeuticoŻ. La discussione verteva sul modo corretto di categorizzare una situazione; questo approccio Š molto frequente nel mondo occidentale moderno, secondo cui la moralit… consisterebbe in un sistema ben preciso di leggi morali valide per tutti da applicare alle situazioni concrete (Johnson, 1993). Tale concezione per• non tiene conto del fatto che molto spesso non Š chiaro a quale categoria sia da assegnare una data situazione (Mantovani, 2004; 2005). Se si pensa all'etica come all'applicazione di principi predefiniti, ci si condanna ad insolubili dispute su come certe situazioni debbano essere definite, ovvero sotto quale principio debbano essere fatte ricadere. Se invece partiamo dalle situazioni e ci chiediamo che cosa sia saliente in ciascuna di esse per noi, allora usiamo il discernimento: ci assumiamo la responsabilit… morale di distinguere e rinunciamo ad applicare in modo automatico delle regole predefinite. ®Il ragionamento morale Š essenzialmente un'attivit… immaginativa perch‚ usa concetti formati dall'immaginazione e richiede immaginazione per discernere ci• che Š moralmente rilevante nelle situazioni, per comprendere empaticamente come gli altri sperimentano le cose, e per vedere l'intera gamma delle possibilit… che si aprono davanti a noi in un particolare casoŻ (Johnson, 1993). Due teorie psicologiche sulla decisione Le questioni bioetiche chiamano in causa il modo in cui pensiamo che vengano prese le decisioni. La ricerca psicologica contemporanea offre due diverse risposte. Una prima risposta Š quella della teoria ®razionaleŻ della decisione, formulata nell'ambito dell'approccio cognitivo HIP (Human Information Processing), secondo cui conoscere significa semplicemente - sia per gli esseri umani che per i computer - elaborare informazioni. La teoria della decisione come calcolo ®razionaleŻ di costi e benefici accompagna l'emergere delle classi borghesi nel mondo occidentale moderno. Un'esemplare formulazione della teoria razionale si trova nella lettera che Benjamin Franklin scrisse nel 1772 a Joseph Prisley: ®non posso suggerirti - egli dice - che cosa decidere ma se hai la pazienza di leggermi ti dir• come decidere. [...] Io di solito prendo un foglio e lo divido in due colonne. In testa a una scrivo pro e in testa all'altra contro. Poi, ogni giorno, faccio tre o quattro osservazioni che metto sotto una delle due voci e che user• per valutare i pro e i contro. Quando ho organizzato in quell'unico modulo tutti gli argomenti pro o contro una certa decisione, cerco di stimare i rispettivi pesi per arrivare alla fine a stabilire un bilancio complessivo. Ho trovato molto utile questo tipo di equazione che si pu• chiamare algebra morale o prudenzialeŻ (in Dawes, 1988, p. 202). Il calcolo ®razionaleŻ poggia sull'accuratezza delle informazioni da cui si parte per decidere. Se le informazioni sono scarse, o inattendibili, o false, il calcolo costruito su di esse porter… a decisioni disastrose. Ma allora come possiamo decidere sul futuro, di cui sappiamo poco? Eppure siamo in grado di decidere su problemi anche lontani, come quando ci iscriviamo a una certa facolt… pur non sapendo cosa troveremo, o decidiamo di procreare un bambino pur non sapendo come il bimbo sar…, oppure di firmare un ®testamento di vitaŻ pur ignorando in quali situazioni esso potr… essere utilizzato. La risposta antitetica a quella della ®teoria razionaleŻ Š fornita da James March, secondo il quale le decisioni degli individui e delle organizzazioni non sono normalmente prese sulla base di calcoli costi/benefici. March (1991) considera l'insistenza sulla ®razionalit…Ż della decisione un ®artefatto culturaleŻ, un'ideologia prodotta nel mondo occidentale moderno per legittimare con l'autorit… della ®ragioneŻ le decisioni di chi dirige, in famiglia, in azienda, in politica. Egli ritiene che la teoria ®razionaleŻ sopravvaluti non solo il ruolo del calcolo, ma anche quello delle informazioni nella formazione delle decisioni. Secondo March, le decisioni vengono prese sulla base non di un calcolo, ma di una valutazione di ®appropriatezzaŻ, che consisterebbe nella ®corrispondenza tra le situazioni e l'identit…Ż, nel senso che la domanda a cui la decisione risponde Š non tanto ®quanto ci guadagno?Ż, quanto piuttosto ®che cosa Š adatto per me, in questa situazione, essendo io come sono e la situazione quella che Š?Ż. In questa prospettiva le decisioni riguardano la relazione tra la persona e il suo ambiente e non sono riportabili a valori definiti in termini ®assolutiŻ, al di fuori di qualsiasi contesto di riferimento. La decisione dipende da come le persone si definiscono, da dove sono collocate, da dove vogliono andare. Dipende dai loro scopi, da una parte, e da come vedono la situazione, dall'altra. Ô qui che entra in scena l'autodeterminazione, che Š un ingrediente necessario del secondo modello della decisione, mentre non Š richiesta nel primo (in cui un decisore che non fosse capace di fare i calcoli ®giustiŻ potrebbe essere rimpiazzato con vantaggio da un calcolatore pi— ®razionaleŻ). La teoria dell'azione situata Se i valori da calcolare fossero ®oggettiviŻ, come dice la prima risposta, potremmo parlare di decisioni ®giusteŻ o ®sbagliateŻ nello stesso senso in cui possiamo dire che un calcolo Š ®giustoŻ o Š ®sbagliatoŻ. Se invece la decisione riguarda l'®appropriatezzaŻ come vuole la seconda risposta, la decisione dipende da dove il decisore Š situato: chi Š, cosa vuole, dove sta. In questa prospettiva, ogni decisore Š collocato in un certo corpo (non solo nella ®menteŻ, ma in corpi ®completiŻ di donne, di uomini, di bambini, di vecchi e cosŤ via), in un certo ambiente (culturale, linguistico, lavorativo), in una certa famiglia e cosŤ via. La situazione del decisore non Š definibile - se non in parte - dall'®esternoŻ, perch‚ Š il decisore stesso che deve dire dove sta, chi Š, che cosa vuole in quella situazione. Negli studi interculturali si cita spesso un passaggio di un colloquio di lavoro in cui, al selettore che chiede ®lei Š musulmano?Ż, l'intervistato risponde: ®no, sono geometraŻ (Mantovani, 2008), perch‚ in quella particolare situazione la persona che sta cercando lavoro pu• mettere in primo piano la propria competenza professionale anzich‚ l'eventuale appartenenza religiosa. Quale aspetto dell'identit… di una persona diventi in una certa situazione saliente nella sua presentazione pubblica dipende essenzialmente dalla persona stessa. Nella prospettiva ®situataŻ l'autodeterminazione Š la chiave di volta della decisione. March e gli altri studiosi che respingono la ®teoria razionaleŻ (Beach, 1990; Klein, 1998) chiamano in causa la ®situazioneŻ. Con questa mossa si liberano della cornice autistica imperniata sull'individuo e sulla sua ®menteŻ isolata e considerano la decisione come azione socialmente e culturalmente situata. In questo modo essi contribuiscono allo sviluppo di una prospettiva teorica proposta inizialmente da Lucy Suchman (1987) con la ®teoria dell'azione situataŻ che, al contrario delle teorie cognitive correnti che fanno dipendere l'azione delle persone dalla presenza nella loro mente di piani dettagliati sul da farsi, colloca la cognizione dentro l'azione, e ritiene l'azione essenzialmente come adattamento all'ambiente. ®La prospettiva dell'azione situata considera ogni corso d'azione come dipendente dalle sue circostanze materiali e sociali. Invece di separare l'azione dalle circostanze in cui si verifica e di rappresentarla come l'esecuzione di un piano razionale, l'approccio dell'azione situata intende studiare come le persone usino le circostanze per sviluppare un corso d'azione intelligenteŻ (Suchman, 1987). La scelta delle terapie e del ®rappresentanteŻ del malato Nella prima parte del ®Testamento di vitaŻ il paziente indica quali interventi intende rifiutare e quali invece accetta (alimentazione forzata, ventilazione forzata, rianimazione in caso di arresto cardiaco, ecc.) ed esprime la sua volont… circa la ®donazioneŻ di organi. Si tratta di situazioni che potrebbero non verificarsi mai. Quali calcoli ®razionaliŻ possono guidare le decisioni su questi argomenti? Ô invece facile pensare a come queste decisioni possano essere prese in termini di ®appropriatezzaŻ: ®Che cosa Š conveniente - nel senso di adatto, appropriato, decente - per una persona come me in una situazione che immagino cosŤ e cosŤ?Ż (Mantovani, 1996). Non abbiamo pi— a che fare con costi e benefici, ma con categorie etiche come la dignit… della persona, la qualit… della sua vita, la protezione della sua rete familiare e sociale. Una rete che viene esplicitamente evocata nella seconda parte del modulo, in cui la persona che compila il testamento biologico designa il proprio ®rappresentanteŻ, che dovr… decidere al suo posto se lei non sar… in grado di prendere decisioni sulle questioni che la riguardano o non potr… comunicarle ai sanitari. La designazione del ®rappresentanteŻ non consiste semplicemente nel dare una delega ad un'altra persona, ma affida una responsabilit… delicatissima ad una persona di cui ®ci si fidaŻ - sulla base di valori comuni - per affrontare situazioni sconosciute. La riflessione sui processi decisionali chiamati in causa nella sottoscrizione del ®Testamento di vitaŻ getta una nuova luce sulle teorie della decisione a cui gli psicologi spesso si accostano soltanto nell'ambiente controllato del laboratorio. Giuseppe Mantovani (®PsicologiaŻ n. 210/08)