Luglio-Settembre 2010 n. 3 Anno XXIV Quaderni di Minimondo Rivista culturale Braille Periodico trimestrale Fascicolo I Direzione Redazione Amministrazione Biblioteca Italiana per i Ciechi 20052 Monza - Casella postale 285 c.c.p. 853200 - tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it Dir. Resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Massimiliano Cattani, Antonietta Fiore, Luigia Ricciardone, Pietro Piscitelli (Responsabile) Copia in omaggio Stampato in Braille a cura della Biblioteca Italiana per i Ciechi ®Regina MargheritaŻ onlus via G. Ferrari, 5/a 20052 Monza Sommario Mauro Barberis: Diritto contro democrazia? (®il MulinoŻ n. 449/10) Massimo Baldini: Le politiche abitative in Italia (®il MulinoŻ n. 449/10) Emilia Del Bono, Daniela Vuri: La parit… di genere nel lavoro? Ancora un miraggio (®Vita e pensieroŻ n. 2/10 Anna Oliverio Ferraris: Diventare un ex (®Psicologia contemporaneaŻ n. 219/10) Esigere (e valutare) una tv di qualit… (®Vita e pensieroŻ) - John Ellis: I ®vestiti usatiŻ della qualit… televisiva - Aldo Grasso: La qualit…, un minimo irrinunciabile - Nando Pagnoncelli: Si pu• misurare la qualit… della tv? - Marco Gui: Auditel o Qualitel, cosa Š meglio? - Luca Barra, - Cecilia Penati, - Massimo Scaglioni: Qualit… al plurale Lorenza Di Pentima, Alessandro Toni: Liti da pianerottolo e dispute condominiali (®Psicologia contemporaneaŻ n. 214/09) Roselina Salemi: Godersi Barcellona sulle tracce di Zaf˘n (®UlisseŻ n.302/09) Diritto contro democrazia? Almeno dagli anni di Tangentopoli il nostro Paese conosce un conflitto sempre pi— lacerante, e apparentemente insolubile, fra maggioranza politica di centrodestra e magistratura: un contrasto che eccede la fisiologia della separazione e del bilanciamento dei poteri, e che forse non ha eguali nelle altre democrazie occidentali. Eppure, si tratta anche di un conflitto stranamente familiare - il caso estremo di un fenomeno ampiamente studiato - per chi abbia una sommaria conoscenza dell'enorme letteratura internazionale di teoria del diritto o forse dell'etica (della morale, della politica, del diritto): letteratura nella quale le questioni pi— dibattute riguardano, dagli inizi del Novecento, il problema della creazione giudiziale di diritto e, nell'ultimo mezzo secolo, il controllo di legittimit… costituzionale delle leggi e, pi— in generale, i rapporti fra diritto e democrazia. La circostanza naturalmente non ci consola: ma forse merita un approfondimento. Qui di seguito, dunque, si compir… anzitutto una rapida ascesa al cielo della teoria del diritto e dell'etica contemporanea: cielo occupato ogni giorno di pi— da una dottrina favorevole al controllo di legittimit… costituzionale delle leggi, dottrina che molti chiamano neocostituzionalismo. Poi, si scender… altrettanto velocemente sulla terra di mezzo fra teoria giuridica e impegno politico rappresentata dalle versioni italiane del neocostituzionalismo: in particolare, dalle dottrine di Gustavo Zagrebelsky e Luigi Ferrajoli. Infine, e soprattutto, si torner… sulla terra - sulla terra-terra, per cosŤ dire - dello scontro quotidiano fra politica e magistratura, al fine di ricavarne qualche considerazione non del tutto ovvia sui rapporti fra democrazia e diritto nel nostro sistema costituzionale. Le vicende della teoria politica e sociale contemporanea risulterebbero certo misteriose se si ignorasse la svolta impressa a questi studi, negli anni Settanta, da A Theory of Justice (1971) di John Rawls. Allo stesso modo, la storia recente della teoria del diritto sarebbe quasi incomprensibile se non si partisse da Taking Rights Seriously (1977) di Ronald Dworkin. Parzialmente tradotto in italiano dal Mulino gi… all'inizio degli anni Ottanta, e oggi opportunamente riproposto dallo stesso editore in versione integrale, il libro di Dworkin segna il passaggio da una teoria del diritto meramente conoscitiva, come volevano essere le classiche teorie giuspositiviste di Hans Kelsen o di Herbert Hart, a una teoria giuridica pi— o meno esplicitamente normativa, fittamente intrecciata con la discussione politica e costituzionale statunitense. Di fatto, il nucleo normativo del libro Š la Tesi dei diritti, che tira le conseguenze dalla stagione di lotte per i diritti civili iniziata da Brown vs Board of Education (1954): la famosa sentenza della Corte suprema che abolŤ la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. La Tesi dei diritti sostiene appunto che le corti, e in particolare la Corte suprema, devono difendere i diritti delle minoranze: diritti che non sarebbero abbastanza garantiti dalle istituzioni democratiche o piuttosto maggioritarie statunitensi. Da tipico autore liberal, infatti, Dworkin ha cura di insistere sul carattere democratico della propria posizione contromaggioritaria; il judicial review of legislation, in particolare, sarebbe un ingrediente indispensabile della democrazia costituzionale statunitense, nella quale presidente e Congresso tutelerebbero i diritti politici della maggioranza e le corti i diritti civili delle minoranze. In Europa, specie nei Paesi che hanno conosciuto regimi totalitari o autoritari, e dove sono state introdotte, dopo la seconda guerra mondiale, Costituzioni rigide e Corti costituzionali sul modello statunitense, le tesi di Dworkin hanno ispirato una variante continentale del costituzionalismo anglo- americano: il neocostituzionalismo, appunto. Dopotutto, non era stato proprio il costituzionalismo - le dichiarazioni dei diritti, il rule of law, la separazione o bilanciamento dei poteri - a immunizzare le democrazie anglo-americane dal contagio totalitario? Il neocostituzionalismo, rivendicando l'autonomia del diritto dalla politica, e il primato della Costituzione sulla legislazione ordinaria, propone cosŤ una nuova forma di Stato di diritto, diversa dallo Stato legislativo ottocentesco: lo Stato di diritto costituzionale. Oltretutto, a differenza della Tesi dei diritti - che si presenta sŤ come radicata nel sistema costituzionale statunitense, ma anche come prevalentemente normativa - il neocostituzionalismo continentale pu• presentarsi come una teoria prevalentemente conoscitiva del diritto. Dopo l'introduzione di Costituzioni rigide, e grazie all'operare del controllo di legittimit… costituzionale delle leggi, che dalle apposite corti si Š esteso ai giudici ordinari, diritti, principi e valori costituzionali hanno impregnato in profondit… i sistemi giuridici, finendo per estendersi al diritto comunitario e internazionale. Il neocostituzionalismo continentale, dunque, ha qualche ragione a presentarsi come una teoria conoscitiva del diritto positivo vigente: e una teoria pi— aggiornata del positivismo giuridico, tradizionalmente compromesso con il primato della legislazione. Naturalmente, il neocostituzionalismo non si Š imposto senza contrasti: neppure fra i cultori del diritto costituzionale, e all'interno di quelle Corti costituzionali che esso raffigura, negli stessi termini della teoria della giustizia nordamericana, come ®tribunali della ragione pubblicaŻ (Rawls) o ®fori dei principiŻ (Dworkin). Oltre a molte obiezioni conoscitive, il neocostituzionalismo ha incontrato le critiche di nuove forme esplicitamente normative di giuspositivismo: rivendicazioni della dignit… della legislazione ordinaria e della sovranit… del Parlamento - spesso provenienti dal Regno Unito e dagli altri Paesi del Commonwealth rimasti estranei al judicial review statunitense - che spesso si intrecciano con teorizzazioni neodemocratiche (repubblicane, deliberative, partecipative). Queste critiche, ben rappresentate nel vasto mondo da Jeremy Waldron, e in Italia da Anna Pintore, hanno potuto invocare la tradizionale obiezione contromaggioritaria: pochi giudici, di solito molto anziani, e che spesso decidono con maggioranze risicate, non sarebbero pi— idonei tecnicamente, e comunque non sarebbero pi— legittimati politicamente di Parlamenti democraticamente eletti, a risolvere le questioni eticamente sensibili che dividono le opinioni pubbliche occidentali. Dopotutto, se non si ha fiducia nella democrazia, perch‚ mai ci si dovrebbe affidare a quelle piccole microdemocrazie giudiziarie, funzionanti anch'esse a maggioranza, che sono le Corti costituzionali? Obiezioni del genere vengono talvolta rivolte anche alle versioni italiane del neocostituzionalismo: versioni che consideriamo subito. Non Š un caso che i teorici del diritto italiani pi— noti e tradotti siano oggi Luigi Ferrajoli e Gustavo Zagrebelsky: gli autori pi— in touch, evidentemente, con il clima del dibattito internazionale. Si dice che, nel mondo globalizzato, tutti discutano di tutto con tutti; in realt…, sono passati i tempi in cui Kelsen leggeva Dante in italiano e Hart discuteva con Norberto Bobbio: oggi molti teorici del diritto statunitensi saprebbero a malapena indicare la nostra penisola sul mappamondo. La notoriet… di Ferrajoli e Zagrebelsky, come se non bastasse, ha dovuto superare un altro ostacolo, oltre all'emarginazione della cultura e della lingua italiane: il loro neocostituzionalismo non Š estraneo a una politica nostrana che fuori dai patri confini appare pressoch‚ insondabile. Il garantismo penale di Ferrajoli, ad esempio, viene dagli anni di piombo; Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale (1989) oppone alla politica dell'emergenza un modello di diritto penale minimo che non mira solo all'attuazione dei principi costituzionali: ad esempio, esprime anche una ostilit… di principio, ispirata dal rispetto per la persona, nei confronti della rieducazione del condannato prevista dall'articolo 27, comma 2 della Costituzione. Certo, poi Š venuta Tangentopoli, e anche ®garantismoŻ Š divenuta una parola ambigua: uno slogan speso soprattutto contro il preteso giustizialismo dei giudici e invocato per introdurre quel principio costituzionale del giusto processo che ha solo rinviato la resa dei conti fra politica e magistratura. Il minimo che si possa dire - guardando alle vicende successive, se non proprio alla cronaca dei nostri giorni - Š che Ferrajoli non Š stato profeta in patria. Se negli anni di piombo il suo garantismo strideva con la politica dell'emergenza, nell'era berlusconiana fa a pugni con l'ossessione securitaria e la criminalizzazione dell'immigrazione. Quanto al neocostituzionalismo formulato nel monumentale Principia iuris. Teoria del diritto e della democrazia (2008), in Italia esso pu• apparire soprattutto come quell'adesione ai valori della Costituzione repubblicana che Š ancora largamente prevalente fra i giudici e i docenti universitari di diritto di casa nostra: non a caso minacciati gli uni e gli altri - e forse ancora pi— i secondi dei primi - di una sorta di esilio interno. Molto pi— flou, ma non meno intrigante teoricamente, Š l'opera dell'altro di˘scuro del neocostituzionalismo italiano, Zagrebelsky. Nella sua qualit… di presidente emerito della Corte costituzionale, da noi si tende subito ad arruolarlo nel cosiddetto partito dei giudici. All'estero, invece, Zagrebelsky Š soprattutto l'autore de Il diritto mite (1992): titolo che da solo basterebbe a escludere qualsiasi pretesa di radicalismo. Di fatto, come il (neo) costituzionalista tedesco Robert Alexy, Zagrebelsky mira soprattutto a esprimere il senso comune del giurista dello Stato di diritto costituzionale: senso comune che solo nell'Italia di oggi, e a editorialisti di destra rimasti improvvisamente sprovvisti di bignami giuridici, potrebbe apparire eversivo. Pi— ancora che Ferrajoli, in effetti, Zagrebelsky esprime una forma di irenismo - una scommessa sulla ragionevolezza come strumento per risolvere le questioni pratiche e appianare i conflitti - che Š tipica del neocostituzionalismo e pi— in generale di gran parte delle filosofie liberal circolanti: dalla teoria della giustizia di Rawls all'etica del discorso di Habermas, sino a tutte le teorie progressiste della deliberazione e della partecipazione democratica oggi in voga. Manca solo una qualche iniezione di confucianesimo - del tipo di quello divulgato in Francia dal filosofo e sinologo Fran‡ois Jullien, in coincidenza con la crescita dell'influenza economica e politica della Cina - per rendere questa sinistra ancora pi— moderata e conciliante di quanto gi… non sia. Circa il neocostituzionalismo e il progressismo contemporanei, in effetti, andrebbe sottolineata questa singolare circostanza. Proprio mentre la politica personalizzata e spettacolarizzata diviene ogni giorno pi— muscolare, popolandosi di leader pi— a loro agio nelle dispute da birreria che nel pacato confronto delle idee; proprio mentre sulla scena occidentale e globale si riaffaccia la guerra, e i vari Commanders in Chief cercano nemici sempre pi— improbabili per surrogare il mai troppo rimpianto ®Pericolo RossoŻ, ecco, proprio in questa lunga stagione, forse niente affatto chiusa dal successo elettorale di Obama, gli intellettuali progressisti sembrano soprattutto impegnati a mettere la sordina al conflitto, appellandosi alla mitezza e alla ragionevolezza. E poi ce la prendiamo con il buonismo della sinistra italiana, perennemente impegnata a dividersi al proprio interno sul modo migliore per transigere con l'avversario. Dubito che l'istituzionale Pierluigi Bersani o il movimentista Nichi Vendola si siano mai accostati alle novecento pagine dei Principia iuris di Ferrajoli: per non parlare dei volumi, non meno prolissi, di Dworkin, Rawls o Habermas. Ma anche se lo avessero fatto, quali ammaestramenti ne avrebbero ricavato? L'irenismo, appunto: la tendenza a considerare il conflitto meramente apparente, una superficie agitata sotto la quale si intravedono pi— profonde armonie. E il conflitto pi— apparente di tutti sarebbe proprio quello che sta al cuore del neocostituzionalismo: fra democrazia e Costituzione, fra politica e diritto. Questo il clima che si respira nella teoria giuridica e politica contemporanee. Bene, se da queste altezze si torna improvvisamente sulla dura terra della politica italiana, si oscilla fra lo spaesamento e il terrore. L'opposizione avr… pure i suoi deficit culturali, e comunque l'irenismo dei suoi teorici non la potrebbe aiutare granch‚. Ma vogliamo parlare della maggioranza? Quali argomenti hanno fornito al loro dominus i suoi maŚtres … penser, i Giuliano Ferrara e i Gianni Baget Bozzo? Quali argomenti ®democraticiŻ pu• usare contro i giudici chi della democrazia capisce solo il potere della maggioranza, mentre gli sfugge completamente il rispetto delle minoranze e delle regole? Come pu• perdere tempo ad argomentare, chi ha passato la propria vita a comandare o, al massimo, a negoziare? Ma immaginiamo l'inimmaginabile; dopotutto, se ha creato una classe dirigente la Lega, anche il berlusconismo riuscir… prima o poi a formare qualche intellettuale di vaglia. Bene, immaginiamo questo ipotetico intellettuale berlusconiano intento a rispolverare l'argomento della democrazia contro il governo dei giudici, sia costituzionali sia ordinari: nei termini comuni nel dibattito internazionale, e usati anche da intellettuali italiani, sfortunatamente tutti non berlusconiani. E chiediamoci: sarebbe convincente questo argomento qui e oggi, a fronte dell'assetto reale dei poteri - la tanto invocata Costituzione materiale - formatosi in questi ultimi quindici anni al posto di quello previsto dalla Costituzione formale del 1948? In un sistema di democrazia rappresentativa, come formalmente Š ancora il nostro, l'organo democratico per eccellenza resta il Parlamento: Š questo che i cittadini vanno a votare, bench‚ sulle schede elettorali, su molti simboli di partito, compaiano ormai anche i nomi dei leader; Š da quest'organo, e non dal controllo dei (tele)giornali, che il governo riceve la sua legittimazione democratica; Š verso quest'organo, rappresentativo del popolo in cui risiede la sovranit…, che il governo Š responsabile. Certo, si potrebbe sostenere che un Parlamento eletto con il ®PorcellumŻ Š nominato dai partiti, non eletto; in particolare, che una maggioranza di parlamentari scelti dai loro leader tramite casting non sia rappresentativa di altri che degli stessi leader. In realt…, tutti sanno quanto le attribuzioni rispettive dei tre poteri montesquiviani siano cambiate e quanto i poteri di decisione si siano spostati verso organi non eletti direttamente dal popolo, come il governo e la magistratura. Dopotutto Š una democrazia anche l'Unione europea, quantomeno perch‚ formata di Stati democratici. Si sa anche come funziona il nostro Parlamento: non fa quasi pi— leggi, limitandosi a ratificare i decreti del governo e i provvedimenti della Ue, esercitando assai blandamente anche i suoi residui poteri di controllo. Ma anche questo corrisponde a una evoluzione ormai secolare; e poi, diciamoci la verit…, il Parlamento non Š mai stato il luogo migliore per fare le leggi: come un uomo e una donna, per Massimo Troisi, sono le ultime persone che dovrebbero sposarsi. Insomma, la nostra Costituzione materiale, nonostante tutto, pu• ancora dirsi democratica per metonimia, perch‚ discende da una democrazia formale democratica. Tutti sappiamo, peraltro, che si tratta in realt… di una poliarchia: nella quale gli elementi democratici (il Parlamento, o quel che ne resta) si combinano con elementi aristocratici (la magistratura, la Corte costituzionale) e anche monarchici (il diritto divino del pi— ricco). Soprattutto, nonostante le tendenze consociative della Prima Repubblica, e contro l'inclinazione monopolistica dell'attuale presidente del Consiglio, si tratta ancora di un sistema costituzionale liberale, nel quale i poteri montesquiviani, sia pure riaggregati e integrati in modi che li renderebbero irriconoscibili allo stesso Montesquieu, continuano a bilanciarsi l'uno con l'altro. L'ipotetico intellettuale berlusconiano, dunque, potrebbe sŤ invocare questa Costituzione materiale democratica per difendere il potere ottenuto dall'attuale presidente del Consiglio forzando la Costituzione formale: ma non potrebbe poi lamentare, e meno che mai ritenere antidemocratiche, le analoghe forzature operate dalla magistratura. Certo che, proprio come l'esecutivo, anche il giudiziario aveva altre funzioni, nella Costituzione del 1948: era un ordine e non un (contro)potere, come ci ha ricordato per decenni uno strano costituzionalista, il presidente Cossiga. Oggi, reagendo all'azione di politici come Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, e a un tasso di corruzione inferiore solo a quello del vicino Oriente, la magistratura Š diventata un contropotere: dobbiamo strapparci i capelli per questo? Anche la Corte costituzionale ha cambiato ruolo; in Kelsen, suo inventore, esercitava funzioni di legislazione negativa, limitando il primato del Parlamento. Oggi, la Corte produce diritto quasi dichiaratamente, interpretando la Costituzione nei modi esaltati dal neocostituzionalismo, ma che il democratico Kelsen aveva immaginato al solo fine di esorcizzarli. Certo, l'argomento della Costituzione materiale improvvidamente invocato dal teorico berlusconiano basterebbe gi… a metterla al riparo dalle critiche parademocratiche e filomaggioritarie: questa Š l'evoluzione del sistema, questo il diritto vivente. Ma quando la Corte annulla una violazione patente della Costituzione come il lodo Alfano, non c'Š neppure bisogno di difenderla cosŤ: essa si limita a esercitare le proprie funzioni originarie. Certo, questo assetto dei poteri supremi, formatosi in decenni di alterazioni dell'equilibrio stabilito dalla Costituzione formale, si pu• sempre cambiare: cambiamento che sembrava persino imminente, prima della rottura fra Berlusconi e Gianfranco Fini. Ma attenzione: per cambiare la Costituzione ci sono due strade. Una Š l'apparente scorciatoia, in realt… lenta e dagli esiti imprevedibili, di ulteriori mutamenti della Costituzione materiale; ma continuando a percorrerla come l'ha percorsa coerentemente in questi quindici anni, il governo di centrodestra non pu• poi lamentare che altri organi costituzionali facciano altrettanto: che giudici o Corte costituzionale cerchino anch'essi di attribuirsi poteri non previsti dalla Costituzione del 1948. L'altra strada Š la via maestra indicata dalla stessa Costituzione formale, all'articolo 138, per le riforme costituzionali: se Š ancora questo, beninteso, che qualcuno vuole davvero. Di fatto, nonostante tutte le forzature e gli abusi che ne stanno svuotando ogni giorno di pi— l'originario richiamo alla democrazia, la nostra Costituzione ha sinora inopinatamente resistito, e potrebbe ancora resistere anche a una ultima spallata berlusconiana. Solo se ci• avvenisse - solo cioŠ ove si fosse respinto l'ultimo tentativo di stravolgimento totale - altri e pi— seri riformatori potrebbero finalmente pensare a tutti gli aggiornamenti puntuali di cui la Costituzione formale certamente necessita: restituendo un ruolo maggiore dell'attuale anche alle sue istituzioni indiscutibilmente democratiche. Mauro Barberis (®il MulinoŻ n. 449/10) Le politiche abitative in Italia Due tendenze hanno caratterizzato le condizioni abitative delle famiglie italiane negli ultimi decenni: il loro miglioramento qualitativo e l'ampliarsi dell'area della propriet… sull'affitto. Anche tenendo conto del fatto che il ricorso a pratiche abusive trova pochi paragoni nel resto d'Europa, e pur con rilevanti eccezioni in alcune zone del nostro Paese, le case degli italiani sono in genere di qualit… accettabile. Nel 1951, ad esempio, met… delle abitazioni era priva del bagno, una condizione che oggi Š praticamente scomparsa. Anche le dimensioni medie sono aumentate, pur rimanendo ancora leggermente inferiori a quelle dei Paesi dell'Europa occidentale. Inoltre, la riduzione del numero medio di componenti per famiglia ha contribuito ad accrescere lo spazio abitativo a disposizione di ciascun individuo. L'Italia Š oggi uno dei Paesi europei con la pi— elevata quota di famiglie proprietarie della casa in cui vivono - circa il 70 per cento. A questo dato dobbiamo aggiungere poi un 10 per cento di nuclei che risultano occupare l'alloggio a titolo gratuito, nella grande maggioranza dei casi di propriet… dei genitori o di altri parenti. Alla fine degli anni Settanta, invece, il 40 per cento delle famiglie italiane viveva in affitto, una quota che gi… attorno al 2000 risultava dimezzata. Questa tendenza ha interessato anche le grandi citt…, tanto che in nessuna di esse la percentuale di nuclei in affitto supera il 50 per cento. L'accesso alla propriet… non ha per• coinvolto in egual misura tute le fasce sociali: ha riguardato soprattutto i redditi medi e alti. Se dividiamo le famiglie italiane in cinque gruppi sulla base di valori crescenti di reddito disponibile (quintili), nel corso degli ultimi 40 anni non Š cambiata la quota di famiglie appartenenti al primo quintile che vive in affitto, sempre attorno al 40 per cento, mentre tra i quintili pi— elevati la fuga verso la propriet… Š stata ben pi— rilevante. Insomma, oggi le famiglie in affitto sono in media, rispetto al resto della popolazione, molto pi— povere di un tempo. Chi poteva farlo, si Š comprato casa. Quarant'anni fa la diffusione dell'affitto era molto simile tra i colletti bianchi e i lavoratori manuali: il 48 per cento delle famiglie operaie viveva in affitto, a fronte del 44 per cento delle famiglie di impiegati e insegnanti. Oggi per• solo il 19 per cento di queste ultime rimane in locazione, contro il 39 per cento dei nuclei operai. E l'accesso alla propriet… Š stato massiccio anche tra i pensionati. Molti fattori hanno contribuito a questa fuga dall'affitto. In primo luogo, la legge che nel 1978 ha introdotto l'equo canone, fissando vincoli stringenti alla possibilit… dei proprietari di incrementare i canoni, mentre quasi tutti i Paesi europei si stavano muovendo nella direzione opposta, indusse molti proprietari a ritirare gli immobili dal mercato delle locazioni per venderli, visto che i margini di guadagno con gli affitti si erano decisamente ridimensionati. Proprio quando l'inflazione rialzava la testa, i prezzi delle locazioni vennero sottoposti a un rigido controllo, devastando cosŤ il mercato e spingendo a trovare rifugio nell'economia sommersa. In secondo luogo, l'offerta di case popolari a partire dagli anni Ottanta Š crollata, costringendo anche molte famiglie povere a rivolgersi al mercato della propriet… per mancanza di alternative. Infine, l'accesso alla propriet… Š stato favorito anche dalla crescita dei redditi familiari, che si Š mantenuta su buoni livelli almeno fino alla fine degli anni Ottanta, nonch‚ dalla modernizzazione del mercato dei mutui, assai rigido e inefficiente fino a non molti anni fa. A partire dalla met… degli anni Novanta, i redditi delle famiglie hanno per• cominciato a crescere molto lentamente, mentre i prezzi delle case sono esplosi: la bolla immobiliare che ha investito quasi tutto il mondo (ma non Germania, Austria e Svizzera) tra il 1996 e il 2007 ha visto i prezzi reali delle case crescere di pi— del 100 per cento in Irlanda, Regno Unito e nelle maggiori aree urbane degli Usa, del 100 per cento in Spagna e Francia. In Italia il mercato si Š mosso pi— lentamente, ma i prezzi reali sono pur sempre aumentati del 50 per cento nello stesso intervallo. Negli ultimi due anni la bolla si Š decisamente sgonfiata negli Stati Uniti e in Spagna, pur senza riportare i prezzi al livello di partenza, mentre altrove si Š verificato un calo dei prezzi piuttosto contenuto. Recentemente sono spuntate nuove tensioni verso l'alto in diversi mercati, soprattutto Cina e Australia. I prezzi delle abitazioni sono ovunque ancora pi— alti rispetto a un decennio fa e verosimilmente non ritorneranno a quei livelli, neppure nei Paesi pi— coinvolti dalla bolla. Anche gli affitti sono cresciuti: in Italia, ad esempio, il canone medio reale Š quasi raddoppiato tra il 1993 e il 2006, per poi scendere solo leggermente negli ultimi tre anni. Oggi, quindi, l'accesso al bene casa, sia in affitto sia di propriet…, Š diventato pi— difficoltoso rispetto a qualche anno fa. Ci• Š particolarmente vero in Italia, perch‚, se il boom del mercato immobiliare Š stato comune a tanti Paesi, il nostro si distingue per un declino dei redditi familiari relativamente alla media dei Paesi ricchi. Queste dinamiche hanno reso di nuovo popolare il tema del disagio abitativo, che sembrava scomparso da tempo dal dibattito di politica sociale ed economica. Ovviamente, la forma pi— grave di disagio abitativo consiste nella mancanza stessa di una casa o nel concreto rischio di perderla. Stime precise sul numero dei senza dimora nel nostro Paese non sono semplici, ma si valuta che questa condizione possa riguardare qualche decina di migliaia di persone, per almeno la met… immigrati. Gravi problemi strutturali interessano ormai, come accennato, quote molto ridotte di famiglie: nel 2008, ad esempio, solo lo 0,6 per cento delle abitazioni di residenza (cioŠ circa 150.000) non disponeva di gabinetto interno o di acqua calda. Circa tre milioni di famiglie vivono comunque in case da esse stesse ritenute troppo piccole e 1,3 milioni in abitazioni che sono considerate dai propri abitanti in cattive condizioni. Il disagio abitativo pu• consistere non solo nella presenza di problemi strutturali, ma anche nella difficolt… di poter sostenere in modo sopportabile i costi associati alla casa. Su cinque milioni di famiglie in affitto, ad esempio, circa 1,2 devono destinare pi— del 30 per cento del proprio reddito monetario al pagamento del canone, una soglia che convenzionalmente designa una condizione critica. Se aggiungiamo anche le altre spese connesse all'abitazione (condominio, riscaldamento, gas, acqua, manutenzione ordinaria, elettricit…), allora in media tutte le famiglie in affitto destinano circa il 30 per cento del proprio reddito al complesso di queste spese (compreso il canone). Per una famiglia di inquilini su tre, queste spese assorbono pi— del 40 per cento del reddito disponibile. Sarebbe comunque riduttivo e fuorviante dare una interpretazione solo economica del disagio abitativo, cioŠ come esclusivo frutto di una insufficienza del reddito rispetto alle spese legate all'abitare. Se cosŤ fosse, allora, non vi sarebbe bisogno di specifiche politiche pubbliche, ma sarebbe sufficiente potenziare i trasferimenti monetari contro il rischio di povert…. Il disagio abitativo sorge invece proprio dall'incontro tra una platea sempre pi— ampia di nuclei familiari con redditi bassi e un mercato che funziona male e che spesso non mette a disposizione in quantit… sufficienti le case di cui vi sarebbe bisogno. Non Š quindi corretto derubricare il disagio abitativo di qualche milione di italiani a un semplice problema di reddito insufficiente: occorrono invece politiche pubbliche pensate per migliorare l'assetto complessivo del mercato abitativo nazionale, in modo da rendere le case pi— accessibili per tutti. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, il principale problema abitativo degli europei veniva dalla mancanza di case, a causa delle distruzioni prodotte dal conflitto e della presenza di uno stock di vecchie abitazioni prive degli standard minimi. Ci• spiega l'impegno diretto dello Stato nell'offerta di abitazioni. Oggi le cose sono profondamente cambiate: il mercato riesce in genere a garantire un'adeguata offerta di abitazioni di buona qualit… - il che per• purtroppo non significa che tutte le case siano state costruite bene e in modo razionale. In Italia, per i limiti degli strumenti regolativi o per esplicite decisioni politiche, i nuovi alloggi sono stati spesso sparpagliati nei piccoli centri o nelle campagne, dando cosŤ origine anche dalle nostre parti al fenomeno dello sprawl e rendendo difficoltosa la mobilit… casa-lavoro per milioni di persone. Gli attuali limiti qualitativi riguardano soprattutto gli alloggi costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta nella prima fascia periferica delle grandi e medie citt…, ma si tratta soprattutto di problemi legati allo spreco energetico e al rispetto di criteri di adeguatezza antisismica, non alla mancanza di dotazioni di base. Tuttavia, per una fascia non marginale di famiglie Š incerta l'effettiva possibilit… di accedere alla casa in un modo che non sia troppo oneroso da un punto di vista economico. Si tratta in parte di un problema di basso reddito, che pu• essere affrontato con adeguate politiche di contrasto della povert…, come trasferimenti monetari a famiglie povere o con molti figli. Non deve dunque stupire che in tutta Europa si sia verificato nel corso degli ultimi decenni un progressivo spostamento da politiche che intervengono dal lato dell'offerta a politiche che agiscono sul versante della domanda. Esse cercano di contrastare il disagio abitativo incrementando i redditi delle famiglie, le quali dovrebbero cosŤ essere messe in grado di cercare poi nel mercato privato la soluzione preferita. Un po' ovunque Š rallentato il flusso di nuovi alloggi pubblici e sono stati tagliati i sussidi ai costruttori privati. Agli inquilini delle case popolari si Š data spesso la possibilit… di diventarne proprietari (emblematico il right to buy introdotto dal governo Thatcher nel 1985 nel Regno Unito). Le risorse si sono cosŤ lentamente spostate a favore di sussidi in denaro per coprire parte dei costi abitativi. Queste dinamiche non hanno per• affatto decretato la fine del social housing. In molti Paesi europei le case popolari, oggi spesso gestite non direttamente dal pubblico ma da enti senza obiettivi di lucro, rappresentano ancora una soluzione scelta da moltissime famiglie, con lunghe liste di attesa ovunque. Nel Regno Unito il social housing si arricchisce ogni anno di circa 30.000 nuovi alloggi, mentre la Francia ha appena lanciato un nuovo programma di costruzioni con numeri superiori. Oggi, nei mercati abitativi di tutti i Paesi europei, sono quindi presenti due forme di intervento pubblico: l'aiuto in denaro agli inquilini a basso reddito (spesso esteso anche ai proprietari) per l'abbattimento dei costi abitativi e la fornitura diretta di case in affitto di propriet… pubblica o semi-pubblica. La prima Š in crescita, la seconda non ha pi— l'estensione di un tempo, ma Š ancora viva e praticata. L'Italia Š in grave ritardo su entrambi i fronti. Da sempre le politiche per la casa occupano nel nostro sistema di Welfare un posto del tutto secondario, e questa marginalit… si Š accentuata nel corso degli ultimi anni. Coerentemente con le aspirazioni delle famiglie, la politica ha sempre favorito l'accesso alla propriet…, non solo con la frequente alienazione delle case popolari via via costruite, ad esempio quelle del piano Fanfani del dopoguerra, ma anche con la semplice inerzia, cioŠ lasciando che le famiglie soddisfacessero da s‚ i propri desideri abitativi, ritardando l'adozione di moderni strumenti di regolazione urbanistica e tollerando ampie aree di abusivismo. La produzione di alloggi pubblici, su buoni livelli negli anni Cinquanta e Sessanta, si Š quasi azzerata dopo l'abolizione negli anni Novanta dei fondi Gescal, una quota dei contributi sul reddito da lavoro dirottata dal finanziamento delle case popolari a quello delle pensioni. La vendita di parte di questo stock, avvenuta a prezzi di saldo, non ha consentito di ampliare l'offerta. Migliaia di case popolari non possono inoltre essere date in affitto a causa delle loro precarie condizioni. Oggi la piccola Austria dispone di un numero di alloggi di propriet… pubblica simile a quello dell'intera Italia. Il fondo sociale per l'affitto, un trasferimento monetario agli inquilini poveri istituito con la legge che nel 1998 ha liberalizzato il mercato delle locazioni, dovrebbe (assieme a una detrazione per gli affittuari recentemente potenziata) rappresentare la risposta italiana alle politiche dal lato della domanda praticate negli altri Paesi europei e anche negli Stati Uniti. Tuttavia, esso non Š adeguatamente finanziato dal governo centrale e raggiunge una quota molto piccola di famiglie (circa il 5 per cento di quelle che vivono in affitto). Per il fondo-affitto il governo italiano ha stanziato, nel 2007, 212 milioni di euro (erano 440 nel 2000), mentre l'analogo strumento vale ogni anno circa 20 miliardi di euro nel Regno Unito e 10 in Germania. Il numero delle famiglie che richiede il fondo aumenta costantemente, ma non si tratta di un diritto acquisito, essendo erogato solo in funzione degli stanziamenti disponibili, in calo da tempo. Di fronte alla crescita dei richiedenti e al taglio dei fondi, alcune amministrazioni comunali hanno reagito attribuendo il beneficio a un sottoinsieme delle domande, altre ripartendo su una fascia pi— ampia un ammontare pro- capite in diminuzione. Solo grazie alla recente bolla dei prezzi degli immobili la politica italiana si Š resa conto che, anche in Italia, c'Š una quota di famiglie che non riesce a trovare una soluzione abitativa adeguata sul mercato privato, per problemi economici o per particolari condizioni lavorative o familiari. Sembra che, quando si devono affrontare i problemi legati al mercato abitativo, molti politici italiani abbiano ancora in mente la famiglia tipica degli anni Cinquanta, quando parecchi membri dell'attuale classe dirigente erano adolescenti: famiglia piuttosto numerosa, pap… occupato nello stesso posto di lavoro per tutta la vita, mamma casalinga, nonni vicini. Una famiglia di questo tipo ha bisogno di una casa con caratteristiche precise: di propriet…, piuttosto ampia, da conservare per tutta la vita, eventualmente da ampliare quando i bambini crescono. Il ®piano casaŻ attualmente in corso, che consente l'ampliamento del 20 per cento della superficie delle abitazioni, si inserisce in questa logica tradizionale e quantitativa. Peccato che oggi le famiglie di questo tipo siano sempre meno frequenti. I legami familiari si sono fatti pi— instabili, sono in continuo aumento i nuclei monogenitoriali e quelli composti da una sola persona, i lavori sono sempre pi— flessibili e poco remunerati e spesso c'Š necessit… di cambiare citt…, assieme all'impiego. Le famiglie con due redditi sono in grado di soddisfare da s‚ le proprie esigenze abitative, mentre quelle con un solo reddito, che rappresentavano un tempo la condizione pi— comune, sono oggi spesso a rischio di povert… economica. Per molte di loro, un aiuto monetario che ne sostenga il tenore di vita e quindi contribuisca anche a ridimensionare l'onere dei costi abitativi pu• essere molto importante. Le tipologie familiari ®nuoveŻ, composte da giovani, da genitori o anziani soli, da separati, da lavoratori mobili, hanno bisogno di forme abitative che il mercato privato offre in quantit… scarse, cioŠ case di piccole o medie dimensioni in affitto a canoni moderati. Una maggiore offerta di alloggi in locazione permetterebbe anche una pi— rapida uscita dei giovani dalla famiglia di origine, che oggi in Italia avviene in media a et… molto elevate. Ne trarrebbe beneficio l'efficienza dell'intero sistema economico, anche favorendo una maggiore mobilit… dei lavoratori verso le citt… a pi— intenso sviluppo economico. Il social housing pu• giocare un ruolo significativo per contribuire a risolvere il problema della relativa carenza di queste tipologie abitative. L'incremento dell'offerta di case in affitto di propriet… pubblica o semi-pubblica, in Italia molto inferiore a quella di quasi tutti i Paesi dell'Europa centro-settentrionale, dovrebbe essere una priorit…. Recentemente assistiamo a diverse iniziative in questa direzione, che tentano di coinvolgere una pluralit… di soggetti: regioni, comuni, fondazioni bancarie, Cassa depositi e prestiti, Aziende per la casa. Il social housing, per•, non pu• essere l'unica soluzione, per molte ragioni. La principale Š che il bilancio pubblico italiano versa in condizioni di grave difficolt…, senza rapide possibilit… di miglioramento. Vi sono inoltre altri settori della spesa, come gli ammortizzatori sociali o la sanit…, a favore dei quali sono mobilitate pressioni politiche molto pi— forti di quelle che potrebbero coagularsi sulla casa. Ô quindi irrealistico pensare che nei prossimi anni si possano rendere disponibili rilevanti flussi di risorse pubbliche da investire in abitazioni ad affitto calmierato. Non ci sono i soldi, ma anche se ci fossero prenderebbero altre direzioni. Il disagio abitativo, come la povert…, Š un problema che investe una minoranza per fortuna piuttosto piccola, quindi con scarso peso politico. Il governo sta infatti puntando sulla costituzione di fondi immobiliari che, accontentandosi di rendimenti modesti ma comunque positivi, potrebbero mettere a disposizione risorse per il rilancio del social housing. Visto che la spesa pubblica per case popolari realisticamente non aumenter…, si cercano risorse private, in particolare quelle delle fondazioni bancarie, le quali per• sono gi… sotto stress a causa della crescita delle richieste provenienti dai rispettivi territori, che tentano di rimediare alla riduzione in corso della spesa pubblica per l'assistenza e la scuola. Realisticamente, quindi, l'offerta di nuovo social housing a canone ridotto (300-400 euro al mese, non 800 come qualcuno sostiene) non potr… superare qualche migliaio di abitazioni all'anno. Ô quindi necessario seguire anche una terza opzione di policy per aumentare l'offerta disponibile, oltre al social housing e al fondo per l'affitto: migliorare i meccanismi di funzionamento del mercato privato dell'affitto. Si dovrebbe agire sul sistema delle regole, offrendo maggiori garanzie ai proprietari su tempi e modi con cui si potr… tornare a disporre degli immobili, nonch‚ sul sistema tributario, con una riduzione del carico fiscale sui redditi da locazione. Sembrano scelte politiche di ®destraŻ, ma se un mercato funziona male di solito ci rimettono i pi— deboli. Sembra esserci un vasto consenso, tra partiti e associazioni di categoria, per la cedolare secca al 20 per cento (da applicare al reddito al netto delle sue spese di produzione), nel quadro di una pi— ampia riforma del trattamento fiscale dei redditi da capitale, che tassi alla stessa aliquota tutte le forme di rendimento del capitale, comunque investito (in titoli, azioni, conti correnti bancari, immobili in locazione). L'ostacolo consiste nel timore di una perdita di gettito, almeno nel breve periodo. Alcuni comuni si stanno inoltre muovendo con fantasia ed efficacia per favorire l'espansione dei contratti concordati, previsti dalla legge del 1998, che concedono garanzie varie e sconti fiscali ai proprietari in cambio di canoni inferiori ai valori di mercato. Anche questo Š un modo per lubrificare il mercato privato e aumentare l'offerta, riducendo le asimmetrie informative tra le parti. In un mercato dell'affitto pi— ampio e fluido si dovrebbe inoltre incrementare lo stanziamento per il fondo affitto, contenendo la probabilit… che i trasferimenti monetari possano destinarsi a canoni pi— elevati, un rischio che Š tanto meno elevato quanto pi— ampia ed elastica Š l'offerta di alloggi. Social housing e fondo per l'affitto sembrano strumenti alternativi, ma in realt… sono complementari, come tante esperienze all'estero dimostrano. Il fondo affitto, ad esempio, consente una maggiore mobilit… delle famiglie, mentre il social housing pu• permettere di sperimentare forme abitative che cerchino di migliorare anche gli aspetti relazionali della vita delle persone e che intervengano su casi complessi a rischio di esclusione sociale, come invalidi fisici o psichici o persone con dipendenze. Proprio perch‚ hanno pregi ma anche limiti, sarebbe consigliabile potenziarli entrambi, coinvolgendo diversi livelli di responsabilit… istituzionale. Le motivazioni che possono giustificare l'intervento pubblico nel settore abitativo sono sicuramente inferiori a quelle prevalenti in altri settori come la sanit…, l'istruzione o la previdenza. Gran parte delle famiglie trova da s‚, nel mercato privato, ci• che desidera. In Italia ci stiamo per• rendendo conto che ci• non Š vero per tutti i nuclei, e che le politiche pubbliche servono anche nel settore delle abitazioni, per ragioni sia di efficienza, perch‚ Š difficile pensare che una economia possa crescere se il mercato abitativo Š rigido o troppo oneroso, sia di equit…, perch‚ avere a disposizione una casa a costi accessibili Š comunque una delle esigenze pi— sentite dalle persone, senza la quale Š difficile pensare di poter condurre una vita soddisfacente. Il terreno da recuperare rispetto agli altri Paesi europei Š notevole, ma almeno oggi, a differenza di pochi anni fa, c'Š la consapevolezza che il problema esiste. Massimo Baldini (®il MulinoŻ n. 449/10) La parit… di genere nel lavoro? Ancora un miraggio - A proposito del ruolo delle donne nel mercato del lavoro italiano emerge un quadro sconfortante. Sottimpiegate e pagate meno degli uomini, si sobbarcano anche la cura di casa, figli e anziani. Come invertire la tendenza? Esistono alcune alternative. - Il settimanale inglese ®The EconomistŻ ha dedicato la prima storia di copertina dell'anno 2010 alla celebrazione di quello che sembrerebbe essere un importante ®traguardoŻ. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, le donne si accingono a superare il 50% della forza lavoro (®The EconomistŻ, 2-8 gennaio 2010). Niente di strano, almeno da un certo punto di vista. Dopotutto le donne costituiscono da anni ormai la maggior parte dei lavoratori professionisti in molti Paesi industrializzati. In quasi tutte le economie occidentali rappresentano 6 laureati su 10. A differenza del passato, sempre pi— sono le donne che scelgono corsi di laurea una volta considerati presidio degli uomini, come business e management (50% donne) e ingegneria (20%). Anche il glass ceiling, ostacolo invisibile che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni pi— prestigiose di una certa carriera, sembra ormai mostrare pi— di una incrinatura dato che il 7,4% delle grandi multinazionali conta almeno una donna nel consiglio di amministrazione. In un certo senso quindi, il ®traguardoŻ che stiamo per raggiungere Š solo un riflesso di cambiamenti economici e sociali gi… in atto da tempo. Eppure, non possiamo scacciare facilmente la sensazione che si tratti di un bicchiere mezzo vuoto. E ci sono almeno due ragioni che spingono gli opinionisti al di qua e al di l… dell'Atlantico a pensarla cosŤ. La prima considerazione da tener presente Š che il passo in avanti compiuto dalle donne in termini di partecipazione al mercato del lavoro Š in buona parte il riflesso puro e semplice del fatto che la recessione in atto ha maggiormente colpito gli uomini. Secondo il Bureau of Labor Statistics il 78% dei posti di lavoro andati in fumo negli Stati Uniti era occupato da un uomo. I settori che hanno maggiormente sofferto - finanza in primo luogo, ma anche manifattura e costruzioni - sono da sempre settori a prevalente presenza maschile. Le donne, si sa, sono concentrate in altri rami dell'economia, come pubblica amministrazione e servizi. Questi settori hanno subito una minore contrazione, anche se sembra doveroso aggiungere ®almeno per oraŻ. Data l'esigenza di ridurre la spesa pubblica generata dall'incremento del debito Š infatti molto plausibile che la situazione si presenter… con caratteri del tutto diversi tra non molto. La seconda ragione che ci rende perplessi sulla significativit… di questo ®traguardoŻ Š che, dopo quasi quarant'anni di sforzi legislativi per garantire pari opportunit…, le donne ancora non hanno raggiunto lo stesso trattamento economico degli uomini. La stima pi— recente per gli Stati Uniti indica che in media una donna guadagna solo 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo. E questo non Š solo il risultato del fenomeno ben noto della segregazione occupazionale, per cui le donne sono concentrate nei lavori meno pagati. Anche i successi delle donne al top della scala occupazionale sono meno brillanti di quanto possono apparire a un primo sguardo. Secondo un recente studio di Marianne Bertrand, Claudia Goldin e Lawrence Katz, solo poco pi— di met… delle donne in possesso di un prestigioso Mba continua a lavorare a tempo pieno dopo la nascita dei figli, e lo fa per un salario annuale molto inferiore rispetto a quello dei colleghi maschi. Per tutte le altre, la scelta Š la stessa di sempre: part time o abbandono del mercato del lavoro. Come tutti i quadri generali, anche questo ha le sue eccezioni. Nel caso specifico Š proprio l'Italia a distaccarsi di varie misure rispetto ad altri Paesi dell'area Ocse. Nel nostro Paese infatti i tassi di occupazione femminile sono molto pi— bassi di quelli maschili. La differenza Š di oltre 20 punti percentuali secondo i dati pi— recenti. Per dare un'idea dell'enormit… di questo distacco, diciamo che per la Francia si registrano circa 10 punti percentuali, e per la Svezia parliamo di 5. Con un tasso di occupazione femminile del 46% nel 2008 (per gli uomini il tasso Š il 69,9%), siamo la ®pecora neraŻ d'Europa, dove il tasso di occupazione femminile ha ormai raggiunto il 57,4%. Le donne italiane sono ben lontane - e ormai senza speranza di raggiungerlo - dal traguardo del 60% in termini di occupazione auspicato dal Trattato di Lisbona per il 2010. A fronte di ci• l'Italia registra un divario salariale tra uomini e donne fra i pi— bassi nei Paesi industrializzati. Secondo un recente studio condotto da Claudia Olivetti, in Italia osserviamo una differenza tra i salari medi dei due sessi di soli 5 punti percentuali (secondo altri studi, le differenze salariali sembrerebbero per• molto maggiori). Un'inezia rispetto ai 25-30 punti percentuali riscontrati negli Stati Uniti o nel Regno Unito, o ai 15-20 punti percentuali dei Paesi scandinavi. Ci siamo dunque. Meno donne che lavorano, ma pagate meglio. Non proprio. In realt… il messaggio Š molto meno positivo. Ossia, nei Paesi con bassi tassi di occupazione femminile solo le donne con alte aspettative salariali lavorano. Per tutte le altre trovare o mantenere un posto di lavoro Š difficilissimo, se non impossibile. Ed Š per questo che osserviamo una relazione negativa tra tassi di occupazione femminile e diseguaglianze salariali di genere. Se si Š pronti a fare delle assunzioni statistiche basate sul livello di istruzione ed esperienza lavorativa delle donne non occupate e assegnare loro dei ®salari fittiziŻ, gran parte di questa relazione negativa scompare. In particolare, questo esercizio mostra che il divario salariale di genere stimato per i Paesi con pi— bassi tassi di occupazione femminile aumenta notevolmente. A eccezione, ancora una volta, dell'Italia, dove anche questa ®correzioneŻ non basta a spiegare il pi— basso divario salariale tra i sessi. L'Italia fuori dagli schemi. Perch‚? Perch‚ l'Italia sembra sfuggire? In parte perch‚ ci sono ben note differenze tra regioni. L'Emilia-Romagna si comporta come la Finlandia, con tassi di occupazione femminile pari a 72 punti percentuali e un divario salariale di genere di 15. Le regioni del nord ovest e la Lombardia sono molto simili a Paesi come Francia e Belgio, con differenziali uomo/donna nei tassi di occupazione inferiori al 30% e un gap salariale di poco pi— di 10 punti percentuali. Il sud, con un tasso di occupazione femminile di almeno 40 punti percentuali inferiore a quello maschile e una differenza salariale di 6 punti percentuali o poco pi—, appare invece gemellato con la Grecia. In altre parole, l'Italia non andrebbe vista come un unico Paese, ma come tanti! Bene, ma non basta ancora. Le differenze tra regioni non spiegano, ma nascondono (o rivelano, dipende da come le si guarda) altri elementi importanti che ci aiutano a sbrogliare la matassa. Ci sembra doveroso soffermarci su due aspetti in particolare, ®effetti coorteŻ e ®offerta di servizi alle famiglieŻ. Per ®effetti coorteŻ si intende l'esistenza di forti differenze nei tassi di occupazione di donne di et… diversa. In altre parole, i livelli occupazionali delle donne in et… matura (le ultracinquantenni, per intenderci) sono generalmente molto bassi, e ci• vale in particolare nelle regioni meridionali. Questo accade per ragioni legate alle caratteristiche dell'offerta di lavoro: minore livello di istruzione delle vecchie generazioni e prevalenza di modelli culturali che vedono la donna soprattutto come casalinga. Ma ci troviamo di fronte anche a ragioni dovute alla domanda di lavoro, con una pi— alta incidenza del settore pubblico e una minore penetrazione del settore privato. Chiaro Š che in questo ambito c'Š poco da fare al livello di politiche economiche, almeno nel breve periodo. Sarebbe impensabile spingere queste donne gi… in et… matura che hanno poche qualifiche e quasi nessuna esperienza nel mercato del lavoro. A che pro? Per contrasto, gli interventi di politica sociale potrebbero fare molto per colmare le ben documentate carenze e differenze regionali nei servizi alle famiglie. Secondo i dati raccolti in un recente studio condotto da Daniela del Boca e Daniela Vuri, gli asili nido in Italia sono pochi, costano molto e sono disponibili principalmente nelle regioni del centro nord. Dati recenti dimostrano come queste ultime abbiano un tasso di accoglienza che varia tra i 15 e i 20 posti disponibili ogni 100 bambini di 0-2 anni, con picchi che raggiungono anche i 27,5 per l'Umbria e i 26,7 nell'Emilia-Romagna. I tassi di accoglienza scendono in maniera significativa invece nelle regioni del sud, dove si passa dal 12,7 dell'Abruzzo al 6,2 della Calabria (quest'ultimo dato riferito all'accoglienza nei soli nidi d'infanzia). Altro problema Š la poca flessibilit… offerta da queste strutture, cosŤ come dalla scuola primaria e secondaria. Ci• vale sia per gli orari giornalieri - poco coerenti con gli orari di lavoro a tempo pieno prevalenti in Italia e di gran lunga pi— brevi di quelli offerti da altri Paesi europei - sia per il calendario scolastico, con quasi tre mesi di vacanze estive a fronte dei 2 mesi di molti altri Paesi. Non si pu• dimenticare inoltre che l'offerta di asili nido aziendali Š pi— bassa in Italia che altrove (2,6% in Italia rispetto al 15% in Olanda, e al 6% in Francia e Belgio), nonostante sia stato dimostrato come queste strutture incentivino il lavoro delle donne istruite. Malgrado gli sforzi compiuti in questi ultimi anni - vedasi il recente stanziamento di 100 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2007-2009 per sviluppare servizi socio-educativi per la prima infanzia - i risultati sono ancora largamente al di sotto delle aspettative. La Rilevazione Trimestrale sulle Forze di Lavoro rivela infatti che in Italia la percentuale di donne che lascia il lavoro per motivi familiari Š rimasta quasi del tutto costante negli ultimi 15 anni (circa il 22% che sale al 30% per le donne sposate). Non dimentichiamo inoltre l'altro estremo del ciclo di vita, ossia gli anziani. Anche questo aspetto pesa sulla possibilit… delle donne, in particolare quelle in et… compresa tra i 50 e i 60 anni, di mantenere una occupazione. In Italia pi— dell'80% dell'assistenza domiciliare per gli anziani Š svolto da parenti e amici, mentre circa il 10% viene affidato a servizi privati, ossia le badanti. Il resto Š spiegato da una combinazione di questi due fattori, mentre il settore pubblico svolge un ruolo del tutto insignificante. Secondo la ricerca europea Galca (Gender Analyses and Long Term Care Assistance) coordinata da Francesca Bettio, che ha messo a confronto questo sistema con quello prevalentemente familistico adottato in Irlanda e quello esclusivamente basato sui servizi pubblici o privati adottato in Danimarca, la soluzione italiana Š la pi— economica in assoluto (424 euro a settimana, contro i 534 per la Danimarca e 1.000 per l'Irlanda). Questo probabilmente per due motivi: (1) le badanti hanno in genere un salario pi— basso delle donne italiane; (2) tutto lo sforzo del coordinamento dell'attivit… di cura ricade su uno dei componenti della famiglia. Peccato che questo modello non sia sostenibile nel lungo periodo. Attualmente la maggior parte delle badanti viene dai Paesi dell'Est Europa. Con il migliorare delle condizioni economiche in questi Paesi l'offerta di badanti si ridurr… e i costi delle loro prestazioni aumenteranno. Al tempo stesso l'indice di assistenza agli anziani - vale a dire il rapporto tra gli ultraottantenni non interamente autosufficienti e le donne tra i 50 e i 60 anni di et… - Š destinato a passare dall'attuale 16% al 32% in soli due decenni. Insomma, anche qui siamo in un vicolo cieco. La conciliazione di impegni familiari e lavoro non Š responsabilit… esclusiva delle istituzioni, e quindi delle politiche sociali, ma anche di aspettative e comportamenti familiari che hanno purtroppo subito ben pochi cambiamenti nel tempo. Secondo un recente studio condotto da Silvia Pasqua e Anna Laura Mancini, in una coppia in cui entrambi i partner hanno una occupazione le donne svolgono all'incirca 4 ore di lavoro non pagato in pi— rispetto agli uomini ogni giorno. E questa situazione non si Š modificata in modo significativo nel periodo dal 1988 al 2002. Anche nei confronti internazionali non facciamo una bella figura. Secondo una recente ricerca Istat, le donne italiane hanno i pi— alti carichi di ore lavorative non pagate in Europa (quelle svedesi hanno i carichi minori), mentre gli uomini italiani dedicano una proporzione di tempo minore rispetto agli uomini di tutti gli altri Paesi al lavoro di cura dei figli o della casa rispetto al lavoro remunerato. Ô evidente che anche qui qualcosa dovr… cambiare, e presto! E le nuove generazioni di donne? Anche per le nuove generazioni - quindi ®effetti coorteŻ a parte - e per le donne che ancora non hanno un carico familiare ci troviamo di fronte a notevoli differenze di genere. Nelle retribuzioni, pi— che nei tassi occupazionali. In uno studio da noi recentemente condotto utilizzando dati salariali di fonte Inps abbiamo focalizzato l'attenzione sui primi 10 anni della carriera lavorativa di giovani uomini e donne in Italia (nati dal 1967). Questa fase lavorativa Š particolarmente importante perch‚ rappresenta un periodo di rapida crescita salariale. Essa costituisce un momento determinante nella carriera di un individuo, che il pi— delle volte ne determiner… il profilo salariale di lungo periodo. Ed Š effettivamente in questo lasso di tempo che le differenze retributive di genere prendono forma. Il nostro studio mostra che mentre all'ingresso nel mercato del lavoro le donne guadagnano solo il 5,2% in meno rispetto agli uomini, dopo dieci anni la forbice si allarga raggiungendo il 15,1%. Durante lo stesso periodo il salario cresce in termini reali del 44,7% per gli uomini e solo del 29,7% per le donne. Il fenomeno Š simile a quanto riscontrato nel Regno Unito. In altri Paesi europei, come ad esempio la Germania, sembrerebbe invece che le differenze salariali di genere si rivelino gi… all'inizio della carriera lavorativa e rimangano pressoch‚ costanti nel tempo. L'allargarsi delle differenze salariali di genere nei primi anni della carriera non Š dovuto - almeno nel nostro campione di lavoratori - a una diversa propensione a rimanere nel mondo del lavoro di uomini e donne. Da questo punto di vista i giovani dimostrano comportamenti molto simili, sia in termini di brevi interruzioni lavorative che di veri e propri abbandoni. Invece, notiamo che una fetta molto significativa della differenza nei tassi di crescita salariale iniziali di uomini e donne sembrerebbe essere dovuta al fenomeno della mobilit… occupazionale, ossia al processo che porta i giovani a cambiare impresa alla ricerca del lavoro pi— adatto alle proprie capacit… e aspirazioni. Per dare dei numeri concreti, i nostri dati mostrano come la mobilit… occupazionale dei giovani spieghi circa il 30% della crescita salariale iniziale degli uomini e solo l'8,3% di quella delle donne. Inoltre, sembrerebbe che a contare non sia la diversa probabilit… di cambiare impresa tra uomini e donne, ma il fatto che le donne guadagnano molto meno nel cambiare impresa rispetto agli uomini anche a parit… di et…, esperienza, istruzione, settore lavorativo, e altre caratteristiche osservate e non. Ossia, ci• che fa la differenza Š quanto si guadagna dal cambiare impresa, pi— che la frequenza dei cambiamenti. Ma perch‚ gli uomini guadagnano di pi— dalla mobilit… occupazionale? Una possibile ragione potrebbe essere che gli uomini cambiano lavoro volontariamente mentre le donne no, quindi queste ultime sono maggiormente propense ad accettare un nuovo lavoro indipendentemente dal salario offerto. Tuttavia lo studio esclude che questa sia la spiegazione e anzi evidenzia come il differenziale di genere emerga solo per quegli spostamenti che si possono identificare come volontari. Nel pensare ai cambiamenti volontari di lavoro viene naturale ipotizzare che mentre gli uomini scelgono un altro datore di lavoro prevalentemente per ragioni di carriera, le donne lo fanno soprattutto in funzione dei loro carichi familiari. In questo caso dovremmo osservare la maggior parte dei cambiamenti di impresa in concomitanza di un periodo di maternit…. I dati ci dicono qualcosa di diverso, tuttavia. Innanzitutto meno del 10% delle donne nella fascia di et… da noi analizzata ha registrato un periodo di maternit…. Poi, notiamo che meno dell'1% dei cambiamenti di impresa si verifica nei due anni successivi alla nascita di un figlio. Per finire, la penalizzazione che le donne ricevono rispetto agli uomini nello spostarsi da un'impresa a un'altra non pare essere spiegata dalla scelta di orari ridotti - come ad esempio un passaggio dal full time al part time - o da cambiamenti di localit… geografica, che potrebbero indicare un avvicinamento al luogo di lavoro del proprio partner. Quello che si rileva invece Š che le donne guadagnano meno degli uomini nello spostarsi verso imprese di grandi dimensioni. Ma perch‚? La prima spiegazione che viene in mente Š che alcune imprese, in particolare quelle con dimensioni maggiori, offrono delle condizioni lavorative che le donne preferiscono e per le quali sono disposte a ®rimetterciŻ in termini di salario. Per capire se questa Š una spiegazione plausibile bisogna guardare oltre i dati amministrativi, e rivolgerci a indagini campionarie che diano maggiore accesso a informazioni anche di tipo soggettivo, quali la soddisfazione sul lavoro. La rilevazione Isfol-Plus del 2005 ha recentemente raccolto molte informazioni su questi aspetti. Questi dati confermano come la relazione tra dimensioni di impresa e soddisfazione in ambito lavorativo sia pi— negativa per gli uomini che per le donne. E ci• si riscontra anche dopo aver tenuto conto degli orari di lavoro, della distanza dal luogo di lavoro, e della situazione economica dell'impresa. Quali potrebbero essere dunque le altre condizioni lavorative offerte dalle imprese di grandi dimensioni che le donne sembrerebbero disposte a pagare pi— degli uomini? Ci sono diverse possibilit…. Innanzitutto, le grandi imprese offrono l'opportunit… di occupare ruoli diversi nel corso del tempo (intra firm mobility), e quindi di ottenere in questo modo una certa flessibilit… sui propri carichi lavorativi. Il grande datore di lavoro Š inoltre in grado di garantire una maggiore stabilit… occupazionale, Š quindi una prospettiva di lungo periodo che Š particolarmente importante per una donna che pensa di avere di fronte a s‚ delle interruzioni di carriera dovute ai figli. Infine, le grandi imprese potrebbero offrire maggiori opportunit… di accedere a corsi di formazione e sviluppo professionale, e garantire criteri pi— oggettivi nella assegnazione delle promozioni (con conseguente minore spazio per fenomeni di discriminazione). Al momento queste sono solo ipotesi, ma sono ipotesi che si conciliano bene con il fatto che le maggiori differenze di genere nella relazione tra dimensione di impresa e livelli di soddisfazione si osserva in riferimento a: (1) possibilit… di carriera; (2) formazione professionale; (3) sicurezza sul lavoro. Ô assolutamente necessario cercare di raccogliere dati su tutti questi aspetti, e in generale continuare a chiederci cos'Š che le donne cercano veramente in un rapporto di lavoro. Si assume spesso che si tratti di orari flessibili, ma i risultati del nostro studio fanno pensare a una gamma pi— ampia di possibilit…. E questo Š molto importante. Dall'analisi dei dati Isfol-Plus sembrerebbe inoltre che i salari e fringe benefits (elementi non monetari di compensazione) pi— alti offerti dalle grandi imprese agiscano in modo da compensare il minore livello di soddisfazione lavorativa da esse offerto. Ci• vale solo per gli uomini tuttavia. Il che ci spinge a pensare che un secondo fattore che spiegherebbe perch‚ la mobilit… risulta essere meno remunerativa per le donne potrebbe essere la minor propensione di queste ultime a negoziare il proprio salario. Questo sarebbe compatibile con i risultati di un recente studio di Linda Babcock, secondo il quale tra coloro in possesso di un Mba della Carnegie Mellon University solo il 7% delle donne, contro il 57 degli uomini, dichiara di aver intrapreso una negoziazione prima di accettare una posizione lavorativa. Evidenza confermata anche da recenti studi economici che si avvalgono di veri e propri dati sperimentali. Quali suggerimenti per il futuro? Abbiamo evidenziato finora un quadro poco piacevole della situazione femminile nel mercato del lavoro italiano. Le donne italiane lavorano meno di quelle europee, lavorano complessivamente pi— degli uomini, visto che la cura della casa, dei figli ed eventualmente degli anziani Š quasi esclusivamente di loro competenza; ma anche quando sono libere dai vincoli familiari e quindi libere di poter investire sulla propria carriera sono pagate meno rispetto agli uomini. Cosa fare? C'Š solo l'imbarazzo della scelta. Il nostro punto di vista Š che bisognerebbe agire a tutti i livelli, iniziando con il capire le esigenze professionali delle donne quando entrano nel mercato del lavoro per poterne comprendere le scelte. Una donna adeguatamente remunerata e motivata sar… una donna pi— restia ad abbandonare il posto di lavoro anche dopo la nascita di un figlio. Bisognerebbe poi proseguire con adeguate politiche di sostegno all'occupazione. Troppo spesso le donne si sentono abbandonate nel loro ruolo di madri ®funamboleŻ costrette a fare i salti mortali per conciliare vita lavorativa e vita familiare. Aumentare la disponibilit… di asili nido non Š sufficiente se non accompagnata da orari compatibili con una occupazione a tempo pieno. Ultimo suggerimento: si potrebbe pensare a politiche (per esempio sgravi fiscali) volte a facilitare il re-ingresso nel mercato del lavoro delle donne che hanno interrotto per un certo periodo la loro carriera per dedicarsi alla cura dei figli. Emilia Del Bono Daniela Vuri (®Vita e PensieroŻ n.2/10 Diventare un ex - Quali sono le forze che si oppongono ai cambiamenti? Che cosa si pu• fare per contrastarle? - In lotta con se stessi In un mondo come il nostro, in continuo movimento, Š facile sognare dei cambiamenti. Cambiamenti nel lavoro, nel corpo, nella vita sentimentale. C'Š chi sogna di cambiare la propria vita da cima a fondo, lasciare tutto e andarsene all'estero. Altri, la maggior parte, vorrebbero pi— semplicemente cambiare una cosa soltanto (smettere di fumare, mettersi a dieta, separarsi dal coniuge, laurearsi); eppure non ci riescono. Gli ostacoli non sono insormontabili, ma una specie di inerzia li blocca e li rallenta. Dietro all'apparente ®mancanza di volont…Ż ci sono dei blocchi interiori. Qualcuno teme il fallimento. Qualcun altro non riesce ad andare oltre ai preliminari e alle buone intenzioni. Il perfezionista si pone obiettivi irraggiungibili. Insomma, per riuscire a cambiare, quando non ci sono impedimenti esterni, Š con se stessi che bisogna ingaggiare la lotta. Costi e benefici Il problema maggiore, quando si vuole cambiare un'abitudine o uno stile di vita (per preparare l'esame devo alzarmi alle sette del mattino e smettere di andare a letto alle tre di notte), consiste nel non cedere alle lusinghe e nel non perdere di vista l'obiettivo. Che cosa ci• significhi sul piano operativo lo spiegano Harry Frankfurt (1987) e Jean-Fran‡ois Dortier (2009). Il problema, chiariscono questi autori, Š che siamo incalzati da due opposti desideri: i desideri di primo ordine e i desideri di secondo ordine. I primi sono legati alle sollecitazioni dell'ambiente e ai bisogni immediati. I secondi sono invece sostenuti da quei progetti a lungo termine che gli esseri umani, a differenza degli animali, riescono a rappresentare nella loro mente immaginando orizzonti diversi. Entrambi i tipi di desiderio esercitano un'attrattiva - laurearsi e alzarsi tardi; dimagrire e mangiare molto; liberarsi dal vizio del fumo e accendersi una sigaretta - ma l'uno esclude l'altro. Costi e benefici possono essere differiti o anticipati. Quando cediamo al beneficio immediato (mi alzo tardi, mangio, fumo) il costo Š differito. Quando invece accettiamo di fronteggiare subito il costo (mi alzo, seguo la dieta, ecc.), sono i benefici ad essere differiti. Autodisciplina Riuscire a differire i benefici affrontando i costi nell'immediato non Š cosa facile, per riuscirci bisogna esserci abituati o fare un lavoro su di s‚. Si inizia con il valutare la realizzabilit… del cambiamento desiderato: il progetto pu• essere ambizioso ma non del tutto irrealizzabile. Un aggancio con la realt… Š necessario. Bisogna poi fare un programma e darsi una disciplina. Senza disciplina il programma si arena allo stadio delle velleit…. Darsi una disciplina e degli obiettivi Š qualcosa che si pu• fare autonomamente o con l'aiuto di qualcuno disposto ad assisterci. Stabilire delle scadenze, riorganizzare le proprie giornate, allontanare le distrazioni, non rimandare nel tempo le difficolt… o gli aspetti noiosi ma affrontarli per primi, sono alcune delle strategie indispensabili per poter realizzare un programma di rinnovamento. Il percorso pu• essere accidentato. Vittorio Alfieri, ad esempio, si faceva legare alla sedia da un suo servitore per non cedere alla tentazione di alzarsi mentre studiava e scriveva. Persino Ulisse, che pure era un tipo ostinato, dovette farsi legare all'albero della sua nave per resistere al canto delle sirene. Riuscire a rinunciare ad un piacere immediato per ottenere pi— tardi un piacere superiore Š frutto di apprendimenti che si acquisiscono a partire dall'infanzia, grazie anche all'azione educativa degli adulti. Se alla nascita un bambino Š completamente dominato dalle pulsioni di cui esige il soddisfacimento immediato, man mano che cresce deve imparare a controllare gli impulsi e a differirne il soddisfacimento. La metafora della doppia elica Se la nostra personalit… pu• trasformarsi e la nostra identit… cambiare Š perch‚ assomiglia alla doppia elica del codice genetico, spiega il sociologo Jean-Claude Kaufmann (2008). Una prima elica Š formata da quell'insieme di apprendimenti, routine mentali, norme interiorizzate che ci consentono di agire nel quotidiano. Ô il nostro primo codice di condotta. La seconda elica, che si intreccia alla prima, Š quella dei nostri pensieri interiori. Ô in questo spazio interiore che si agitano pensieri, progetti, sogni che non coincidono con le nostre condotte reali. Questo film interiore produce un'identit… alternativa, nascosta e segreta, che, interagendo con la prima e influenzandola, pu• indurre il cambiamento. Diventare ex Diventare ®exŻ in un ambito o in un altro della propria vita non Š un'esperienza rara nel nostro mondo. Se in passato la maggior parte delle persone trascorreva l'intera esistenza all'interno di un'unica citt…, di un'unica carriera lavorativa e di un unico matrimonio, oggi sono in molti coloro che vivono uno o pi— cambiamenti rilevanti in una o pi— aree significative della propria vita e della propria identit…. Alcuni cambiamenti sono subiti, altri ricercati. In entrambi i casi c'Š un lavoro psicologico che si snoda nel tempo. Sono state individuate quattro fasi di quello che pu• essere definito il processo di disinnesto (Fuchs Ebaugh, 1988). La prima Š quella dell'insoddisfazione e dei dubbi. ®Capivo di essere in un cul de sac, ma uscirne era un rischio troppo grossoŻ, spiega un ex insegnante diventato poi giornalista. Questa Š anche la fase in cui si manifestano i primi segni di insofferenza. Ad esempio, nel caso delle ex suore, i primi segni si manifestano, generalmente, con il mancato rispetto di alcune regole relative all'abito, agli atteggiamenti, ai comportamenti. Nei Promessi sposi il Manzoni descrive con una pennellata molto efficace l'insofferenza per la regola di suor Gertrude, monaca per forza, che traspare dal suo abbigliamento: ®Nel vestire c'era qua e l… qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva su una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimentoŻ. In una seconda fase si valutano i ruoli alternativi. Consapevoli del proprio stato di insoddisfazione, lo si lascia trapelare. Si incomincia a prefigurare l'entrata in un nuovo ruolo, a valutare i costi e i benefici. ®Il lavoro mi d… molte soddisfazioni e ottimi guadagni, ma dopo la nascita dei gemelli lo vivo male. Le lunghe giornate in azienda e i viaggi mi creano ansia. A volte mi chiedo se mi piacerebbe il ruolo di casalinga. Tutti per• mi scoraggiano dal prendere una decisione cosŤ drasticaŻ, spiega la dirigente di una importante azienda. Dopo aver valutato vantaggi e svantaggi e aver preso le distanze da coloro (partner, amici, parenti, colleghi) che non approvano il cambiamento, si entra nella fase in cui si decide di uscire dal ruolo e di imprimere una svolta alla propria esistenza. Alcuni segni significativi sanciscono l'entrata in questa fase: si inoltra la richiesta di divorzio, si annuncia al capo la propria insoddisfazione, si decide di rendere pubblico il proprio orientamento sessuale. A velocizzare il processo possono intervenire degli eventi esterni (un'infedelt…, un lutto) oppure delle difficolt… create inconsciamente dalla stessa persona che la ®obbliganoŻ a prendere una decisione: il figlio gay pu• ®dimenticareŻ in bella vista un libro sull'omosessualit… che suo padre intercetta; il marito infedele non cancella il numero di telefono dell'amante dal cellulare; l'impiegato modello pu• compiere un errore imperdonabile che determiner… il suo licenziamento; il professore demotivato pu• man mano fare lezioni sempre pi— sciatte che alla fine lo portano alla pensione anticipata. Lo stadio che chiude il processo consiste nell'adattarsi al nuovo ruolo senza rinnegare il passato, ma cercando di incorporarlo nella propria storia esistenziale. Un'operazione che non sempre va in porto senza scosse: uscire da un ruolo che Š stato rilevante per anni, infatti, pu• generare dei contraccolpi nella rete sociale, negli amici e nei familiari, per i quali pu• non essere n‚ scontato n‚ immediato accettare cambiamenti radicali in persone conosciute in ruoli e situazioni diverse. Questo spiega perch‚ spesso un cambiamento esistenziale rilevante comporti la perdita dei vecchi amici. Trucchi e stratagemmi Come ®resistere alle tentazioniŻ? Ecco alcuni trucchi: - Darsi degli obiettivi precisi: Š essenziale stabilire un obiettivo preciso e realizzabile, decidendo in anticipo le azioni da compiere. La relazione da consegnare al proprio superiore, ad esempio, non si scrive in una notte: il lavoro va organizzato e pianificato. - Suddividere l'impegno: stabilire obiettivi troppo ambiziosi e desiderare di raggiungerli in breve tempo conduce al frequente errore di voler far tutto e subito, per poi lasciarsi scoraggiare dalle difficolt… e dalla fatica e rinunciarvi. Ô preferibile, invece, suddividere l'impegno in una sequenza di passi limitati e raggiungibili, cosŤ da arrivare per gradi all'obiettivo finale: ad esempio, nel preparare un esame inizio con il concentrarmi sulla prima parte del programma, successivamente mi pongo l'obiettivo di completare la seconda e cosŤ via. - Modificare l'ambiente: si sa che Š pi— facile svolgere le proprie attivit… quotidiane in luoghi adatti, lontano da distrazioni. Nel caso dei cambiamenti Š lo stesso: se desideriamo, ad esempio, ridurre il nostro consumo di dolci, Š preferibile toglierli dalla dispensa o non comprarli affatto, piuttosto che decidere di non mangiarli. - Cambiamento assistito: il supporto degli altri pu• essere utile nei momenti di difficolt…, per rispettare gli impegni presi e portare a termine i propri obiettivi. Nella vita quotidiana questa funzione pu• essere svolta da un familiare, un amico, un insegnante o anche dal terapeuta. Nel caso degli alcolisti anonimi il sostegno viene dal gruppo. Una variante del cambiamento assistito consiste nell'annunciare pubblicamente la propria decisione: Š un ®truccoŻ con se stessi per sentirsi pi— vincolati e per ricevere incoraggiamenti nei momenti di debolezza. - Concentrarsi sugli aspetti positivi del cambiamento: considerare ogni passo avanti verso la realizzazione dell'obiettivo come un successo e non farsi influenzare da chi sottolinea solo i lati negativi. L'incoraggiamento di un ®assistenteŻ al cambiamento pu• essere risolutivo. - Un piacere sostituisce l'altro: liberarsi da una dipendenza (mangiare, fumare, bere, ecc.) non Š immediato perch‚ tale dipendenza Š generalmente collegata a forme di piacere; questi piaceri, per•, possono essere rimpiazzati da altri piaceri/dipendenza non dannosi. La corsa, ad esempio, pu• sostituire il piacere di fumare perch‚, dopo un primo periodo, Š l'organismo stesso a richiedere il movimento come una forma di piacere. - Conoscere se stessi aiuta a non cadere nella trappola dell'autoinganno. Se, ad esempio, la decisione Š quella di tenere una dieta, raccontarsi che gli ®assagginiŻ non incidono perch‚ non fanno ufficialmente parte del pranzo Š un autoinganno. La stessa cosa vale per chi si racconta che sono sempre gli altri ad ostacolare i propri progetti. Anna Oliverio Ferraris (®Psicologia contemporaneaŻ n. 219/10)