STORICIT E ATTUALIT DI LOUIS BRAILLE* Carlo Monti Ci sono dei momenti nella storia dell'umanit, come dei popoli, delle classi e dei gruppi sociali, che segnano svolte radicali e decisive, perch aprono nuove prospettive capaci di ribaltare convinzioni consolidate e di avviare itinerari mai percorsi, di promuovere mutamenti profondi nel tessuto delle relazioni sociali e nel processo di civilizzazione. Si tratta, talvolta, di fenomeni complessi che sono il frutto di movimenti culturali, concezioni politiche e ideologiche, sussulti sociali, scontri militari, ecc.; talvolta, invece, sono, semplicemente, l'esito di una scoperta, di un'invenzione o dello sviluppo tecnologico che produce risultati destinati a riflettersi sulla mentalit, sul costume, sui comportamenti e su aspetti caratterizzanti della vita individuale e sociale. Le vicende che determinano le pi significative trasformazioni si svolgono, talora, attraverso la successione di avvenimenti incalzanti che si impongono all'attenzione dei contemporanei e, quindi, dei posteri, per l'evidenza del loro accadere e per la forza trascinatrice delle loro conseguenze immediate; talora, invece, sono, o sembrano, senza svolgimento, perch accadono nell'ombra e nel silenzio, ignorati dai pi, per sprigionare, poi, nel corso del tempo tutte le loro potenzialit e tutti i loro effetti trasformatori. Qualche volta sono l'espressione di una intensa mobilitazione che coinvolge ampi strati della societ, qualche volta sono il frutto della intuizione geniale dei singoli; in ogni caso, sono il risultato di un lungo travaglio che viene da lontano e che si colloca sempre in un ambiente storico e culturale preciso, da cui non possibile prescindere anche quando non sussista una connessione causale definita e direttamente incidente attraverso canali concretamente individuabili. Le idee, le teorie, le intuizioni non nascono, credo, n per germinazione spontanea, n per caso; ma sono sempre il frutto del terreno su cui sono maturate e di cui esprimono tutte le sotterranee energie vitali che lo hanno reso fecondo. La loro efficacia e la loro produttivit non identificabile con la loro risonanza immediata, n con la loro visibilit sociale, quanto con i risultati che, in una prospettiva pi o meno lunga, ne scaturiscono: perch, come ha scritto F. Braudel (2002), solo la storia misura di tutte le cose e solo la storia, quindi, pu decretare, al di l di ogni immediato proclama propagandistico, il successo di una idea, di una teoria e di una intuizione e accreditarne il carattere autenticamente rivoluzionario. Se questo criterio applicabile alla comprensione dei macroprocessi attraverso cui si svolge la storia della civilizzazione, esso applicabile anche a quella storia minore, di cui sono protagonisti i figli di un "Dio minore", gli emarginati e gli esclusi che aspirano ad entrare, a pieno titolo, nel processo di civilizzazione e, cio, nel consorzio degli uomini. Proprio per questo, alla luce dei risultati prodotti e, cio, della consacrazione della storia, l'invenzione dell'alfabeto tattile per i ciechi, compiuta da Louis Braille nel terzo decennio del Secolo XIX, nel cammino dei minorati della vista verso l'affermazione della loro dignit di uomini, rappresenta un evento rivoluzionario una autentica discriminante che, in prospettiva, chiude l'epoca dell'esclusione ed apre la strada alla faticosa avanzata verso l'inclusione sociale. Prima dell'affermazione e della diffusione del nuovo metodo di scrittura e di lettura, il traguardo dell'emancipazione culturale e sociale, per i ciechi, una eccezione che conferma, drammaticamente, la regola della emarginazione ed, opportunamente, Enzo Tioli, nella sua presentazione alla bella pubblicazione L'alfabeto Braille come fondamento dell'emancipazione culturale e sociale dei ciechi (Monza, Biblioteca Italiana per i Ciechi, 2002), nell'arco di cinque secoli, rintraccia soltanto quattro testimonianze di tale eccezionalit. Poi, sia pure con la fatica e le difficolt che tutti conosciamo, una nuova luce ha illuminato la strada del riscatto dei minorati della vista. Questa strada inizia da Coupvray, un piccolo villaggio non lontano da Parigi, dove Louis Braille nasce il 4 gennaio del 1809 e prosegue attraverso le vicende della sua umile e geniale esistenza, segnata dalla tragica perdita della vista, causata da un incidente mentre giuocava nel laboratorio paterno, all'et di soli tre anni. La famiglia, per quanto culturalmente e socialmente modesta, non si rassegna e, constatato il fallimento di ogni tentativo di recupero della vista, decide, non appena l'et del bambino lo consente, di avviarlo alla frequenza di una scuola comune, dove il piccolo Louis, costretto ad un apprendimento puramente orale, si distingue per le sue capacit intellettuali e consegue risultati sorprendenti, ma per lui, intelligente e curioso, necessariamente insoddisfacenti, perch privi dei supporti essenziali per la trasmissione del sapere: il libro da leggere e uno strumento per scrivere, cio, per oggettivare e verificare gli apprendimenti compiuti. Nel frattempo, la famiglia viene a conoscenza dell'esistenza a Parigi dell'Istituto per l'educazione dei giovani ciechi, fondato da Valentin Hay nel 1786: una assoluta novit mondiale, una opportunit fino a qualche decennio prima inesistente che il piccolo Louis, all'et di 10 anni, coglie con autentico entusiasmo, con la speranza di soddisfare il suo bisogno di sapere. Anche se la didattica utilizzata nell'Istituto si fondava su un apprendimento, prevalentemente, orale, qui Louis poteva, per la prima volta, accostarsi direttamente ad un libro, esplorarlo tattilmente con le sue mani e sperimentare la gioia della lettura, rivivendo, sul piano personale, l'esperienza che l'umanit aveva vissuto tanti secoli prima, nel passaggio dalla oralit alla scrittura, un passaggio rimasto, fin qui, inaccessibile ai privi della vista. L'accesso alla lettura era stato reso possibile dall'utilizzazione di alcuni testi scritti con il metodo ideato dal fondatore dell'Istituto, che consisteva nella riproduzione, a rilievo, delle normali lettere dell'alfabeto usato dai vedenti. La lettura, per, era lenta e faticosa: gli atti percettivo-motori compiuti dalla mano, per seguire le linee continue delle singole lettere erano troppo numerosi e rappresentavano un ostacolo pressoch insormontabile per la comprensione della parola e della frase. I libri erano assai voluminosi, costosi e rari, se vero che presso la biblioteca dell'Istituto erano disponibili, allora, solo quattordici volumi. In sostanza, il metodo Hay, per quanto apprezzabile da un punto di vista filantropico, non aveva prodotto risultati pi efficaci di quelli conseguiti da altri tentativi di cui riproduceva un limite di fondo: considerare la percezione tattile alla stregua della percezione visiva, ignorando le specificit e le peculiarit che, rispettivamente, le caratterizzano. Ancora adolescente, Braille intuisce tale limite, non tanto alla luce dei presupposti scientifici, che verranno chiariti poi, ma sulla base della sua esperienza e, stimolato dalla sua lucida intelligenza, si affatica nella ricerca di uno strumento che consenta al tatto di esprimere tutte le sue potenzialit e permetta a chi privo della vista, non solo di leggere, avvalendosi pienamente delle sue capacit sensoriali residue, ma anche di avere accesso alla scrittura, che rimaneva problema irrisolto. In questa ricerca, probabilmente, decisivo fu l'incontro con Barbiere de La Serre, capitano dell'esercito francese, che aveva ideato un sistema tattile che consentisse, di notte, nell'oscurit, ai soldati di scrivere e leggere messaggi senza ricorrere alla illuminazione, per rimanere nascosti al nemico: il sistema si fondava su un codice tattile che riproduceva la parola secondo i suoni, piuttosto che secondo la sua struttura alfabetica e utilizzava una cella di dodici punti. Un sistema, dunque, ancora troppo artificioso e non ancora opportunamente calibrato sulle potenzialit della percezione tattile. Si trattava, per, per il giovane Louis, di uno stimolo fecondo che avrebbe dato, rapidamente, i suoi frutti. E questi arrivarono, dopo una intensa riflessione, non appena rientrato nella casa paterna per le vacanze, nell'estate del 1824, utilizzando un punteruolo, forse lo stesso con cui si era accidentalmente ferito, qualche anno prima, mise a punto quel codice di scrittura e di lettura che, in seguito, tutti i ciechi, nel mondo, avrebbero conosciuto come alfabeto Braille. Il giovane Louis, soltanto quindicenne, avrebbe cos definitivamente compiuto il suo personale passaggio dalla fase della oralit a quella della scrittura, solo parzialmente percorso, qualche anno prima, con le sue prime incerte letture presso l'Istituto dei giovani ciechi di Parigi. Per una sorta di paradosso, psicanaliticamente non privo di significati profondi, con lo strumento che gli aveva tolto la luce degli occhi, da quel momento, apriva per s e per tutti i minorati della vista, un nuovo orizzonte illuminato dalla luce dell'istruzione e della cultura. Ha scritto W. J. Ong (1986) che "la scrittura, come tecnologia della parola, stata uno degli eventi di maggiore importanza nella storia delle invenzioni tecnologiche dell'uomo, poich ha trasformato pensiero e discorso"; ha fornito, cio, attraverso l'alfabeto, un sistema di segni, mediante la cui lettura e il cui ripensamento, l'uomo diventa consapevole di s, nella misura in cui, dando corpo alla parola, veicolo indispensabile del pensiero, rende, per cos dire, visibile il pensiero stesso, oggettivandolo e immettendolo, al tempo stesso, nei canali della comunicazione intersoggettiva. Nel corso dei secoli, e, soprattutto, con l'invenzione della stampa, la scrittura sarebbe diventata il pi potente strumento di civilizzazione, da cui sarebbe stato impossibile prescindere, a pena di rimanere ai margini della civilt, specialmente alla luce degli imperativi imposti dal progresso scientifico e tecnico che, perentoriamente, pretendono la moltiplicazione delle conoscenze, l'affinamento delle specializzazioni e il ricorso a studi sempre pi prolungati e rigorosi. Ebbene, la scrittura, come espressione della visibilit della parola e del pensiero, avrebbe progressivamente esaltato il carattere videocratico dell'organizzazione sociale e della trasmissione della cultura, allargando la forbice che separa coloro che sanno avvalersene da coloro che non sanno o non possono farlo. Da questo punto di vista, Louis Braille, con l'invenzione, perfezionata tra il 1824 e il 1829, di un codice specifico per i ciechi ha consentito loro di integrarsi nel processo di civilizzazione, ponendo le basi per la soluzione di un problema di ampia portata sociale e compiendo, pertanto, una operazione autenticamente rivoluzionaria. Il travaglio dell'intelligenza, la tenacia della volont e la dedizione di un'intera esistenza, condotta prevalentemente all'interno dell'Istituto di Parigi, dove Braille aveva assunto il ruolo, largamente apprezzato, di maestro di musica, avevano prodotto un risultato destinato a cambiare le prospettive di vita di una minoranza sociale confinata, fino a quel momento, nel mondo degli esclusi. La dimensione caratterizzante del sistema Braille sta in un presupposto che potremmo definire tiflocentrico, vale a dire, nella rinuncia a riprodurre in rilievo un sistema di segni concepiti per chi dotato del senso della vista in nome di una opzione alternativa opportunamente commisurata alle peculiarit della percezione tattile. Il sistema da lui ideato e fondato sulla ben nota casella di sei punti, disposti su due linee verticali, che, variamente combinati, danno luogo a sessantaquattro segni, rispondeva perfettamente a tali peculiarit. Il tatto, come gli studi di fisiologia e di psicologia della percezione hanno ampiamente dimostrato, il senso della estensione breve, della successione e della discontinuit: esso non pu cogliere il tutto, che la parola o la frase, ma, nel caso del sistema Braille, la lettera che si rivela al polpastrello del dito indice, in un unico atto percettivo, consentendo, poi, una rapida sintesi espressa dalla lettura della parola. Si trattava, dunque, di un capovolgimento radicale dei termini di una ricerca condotta, in precedenza, senza risultati apprezzabili perch incentrata su un problema insolubile: rendere accessibile ai ciechi un alfabeto visivo, piuttosto che muovere dalla valutazione delle capacit sensoriali dei privi della vista per l'individuazione di un codice funzionale alle loro specificit. Si trattava, insomma, dell'esito geniale di un problem solving o, in termini piagettiani, di un adattamento intelligente, inteso come bilanciamento equilibrato di assimilazione e accomodamento carico di risultati fecondi. Tali risultati sono, prima di tutto, l'espressione di una intuizione geniale di un uomo vissuto in solitudine, con modestia ed umilt, sostenuto da una fede religiosa profonda e consapevolmente impegnato a combattere la sua battaglia contro il limite della sua minorazione e contro la sofferenza che ne deriva. Egli, certamente, ignora i presupposti scientifici che, a posteriori, giustificheranno la fecondit della sua invenzione che, nei fatti, per, traduce criteri teorici definiti successivamente: penso, solo per fare qualche esempio, alla prospettiva gestaltista secondo cui la forma viene percepita prima degli elementi che la costituiscono: nel sistema Braille la percezione della lettera precede quella dei singoli punti; e penso al concetto di soglia percettiva, formalizzato dalle leggi di Weber e di Fechner: la distanza tra i punti che costituiscono una lettera non pu essere inferiore a 2,5 mm. Analogamente ad altre grandi figure della storia, Louis Braille anticipa, senza averne gli strumenti teorici e conoscitivi, formulazioni concettuali del tutto estranee alla sua preparazione e al suo bagaglio conoscitivo. In questo senso, come ha opportunamente notato Silvestro Banchetti (2002), Louis Braille "appartiene al mondo della genialit". Considerazioni analoghe, tuttavia, potrebbero essere fatte a proposito di altre significative intuizioni precorritrici che hanno anticipato fondamentali scoperte scientifiche: penso alla concezione atomistica delineata, nell'Antichit, con gli inevitabili limiti storici e teorici legati al tempo da pensatori che nulla sapevano sulla struttura della materia, o alla visione dell'universo delineata nel tardo Rinascimento da chi non possedeva gli strumenti epistemologici e sperimentali successivamente offerti dalla Rivoluzione scientifica e solo nel Novecento dalla fisica relativistica! Spesso, come stato autorevolmente notato, l'intuizione precede la scienza: essa il frutto della genialit creativa, ma questa, a sua volta, affonda le radici in un contesto: non pu essere mero accadimento fortuito o casuale. La vita di Louis Braille, cos come ce la raccontano i suoi biografi, non ricca di avvenimenti, anzi, pu apparire, dal punto di vista delle vicende esteriori, una vita senza storia. Se, per, ancora, seguendo Braudel e le tendenze pi feconde della storiografia contemporanea, mettiamo tra parentesi un approccio puramente evenementiel, se scaviamo al di l dell'apparenza, la genialit creativa di Louis Braille, che resta una caratteristica incontestabile, ci apparir meno casuale, meno miracolistica e pi radicata nel contesto cui appartiene. La breve vita di Braille (4 gennaio 1809 - 6 gennaio 1852), si snoda a cavallo tra il primo e il secondo Impero, passando attraverso la fase della restaurazione borbonica, della Rivoluzione liberale del 1830 e il terremoto politico-sociale del '48. Percorre, cio, tappe fondamentali della storia della Francia che, nei decenni precedenti, ha vissuto l'avventura dell'Et dei Lumi e l'esperienza rivoluzionaria del 1789. Braille, certo, non conosce i dibattiti dei "Philosophes", n l'ispirazione radicalmente critica cui si richiamano; non conosce, probabilmente le vicende tumultuose della Rivoluzione, n la "Carta dei diritti dell'uomo e del cittadino" promulgata dall'Assemblea Nazionale Costituente, ma non pu non respirare l'atmosfera che avvolge il suo Paese e a cui lo riconducono alcuni fatti decisivi della sua stessa vicenda umana ed educativa. Non dimentichiamo che Braille avviato dalla sua famiglia tempestivamente alla scuola e che la sua formazione si compie nel primo Istituto appositamente concepito nel mondo per l'educazione dei ciechi; n dimentichiamo che esso era stato fondato nel 1786 da Valentin Hay, testimone di quello spirito filantropico e umanitario che era uno dei tanti frutti della cultura illuministica. Una cultura che tanto spazio aveva riservato ai problemi dell'educazione e che si era confrontata con i temi della diversit. Il mito del buon selvaggio, ma anche le turbe comportamentali del "ragazzo dell'Aveiron", l'attenzione, lo studio e l'impegno profuso dal medico-filosofo Itard per tentarne il recupero sono solo alcuni aspetti di questo serrato confronto, per non parlare dell'attenzione richiamata sul mondo dei ciechi da Denis Diderot nella sua celebre Lettera, dove traspaiono alcuni richiami alla diversit tra la percezione visiva e la percezione tattile, che era stata al centro della riflessione di Condillac. Allora, forse, se i genitori di Louis Braille avvertono l'esigenza di scolarizzare il figlio, per quanto fosse privo della vista, se Valentin Hay avverte l'esigenza di delineare un metodo per l'educazione dei ciechi e se Braille stesso avverte l'esigenza di avvalersi della risorsa che, prima al mondo, era stata concepita per l'educazione dei privi della vista, ebbene, se tutto ci accade a Parigi non un caso e non un evento inesplicabile; come non un caso che proprio da un militare dell'esercito francese, drammaticamente impegnato da decenni su tutti i fronti dell'Europa che aveva inteso dotare i soldati di un'originale tecnica di difesa, provenga lo stimolo decisivo per l'invenzione rivoluzionaria che avrebbe cambiato il destino dei ciechi in Europa e nel mondo. In altri termini, l'invenzione di Braille ha un suo retroterra preciso che egli sa interpretare con straordinaria originalit, facendo leva sulla genialit della sua intuizione, la quale prescinde s da principi scientifici specifici, ma si nutre degli stimoli provenienti dall'ambiente sociale e culturale in cui si colloca. Questa, credo, la storicit di Louis Braille, la cui attualit sta, invece, nell'aver compreso, primo tra le grandi figure di non vedenti, come le prospettive di riscatto dei ciechi dipendano, innanzi tutto, dai ciechi stessi, cui egli ha fornito, con il suo codice di lettura e di scrittura, un imprescindibile e, fin qui, insostituibile strumento di emancipazione. In questo senso, Braille appare a chi consideri con attenzione il lungo e faticoso cammino dei privi della vista verso il traguardo delle pari opportunit, come una sorta di nuovo Prometeo che ha consegnato ai ciechi la scintilla per accendere la fiamma dell'istruzione e della cultura, strumento indispensabile per la loro integrazione sociale. L'alfabeto Braille, come noto, non si afferm facilmente; dovette, anzi superare non poche resistenze e non poche critiche che gli rimproveravano e gli rimproverano ancora di essere emarginante e di non favorire la comunicazione con il mondo dei vedenti ai quali appare criptico ed inintelligibile. La storia, per e, oggi, anche la tecnologia, hanno fatto giustizia di queste critiche e il codice Braille utilizzato in tutti i paesi e le lingue del mondo. Forse, esso non sarebbe pensabile ignorando i presupposti filantropici che ne costituiscono l'antefatto storico, ma, paradossalmente, i risultati conseguiti dai non vedenti sul piano dell'istruzione, del lavoro, dell'autonomia e dell'integrazione sociale, non sarebbero ugualmente pensabili se non come distacco radicale da quei presupposti, distacco che, proprio l'invenzione di Braille ha reso possibile. Il processo di aggregazione tra i disabili visivi in Italia, che ha il suo sbocco pi fecondo nella fondazione, il 26 ottobre del 1920, da parte di Aurelio Nicolodi, dell'Unione Italiana dei Ciechi, l'esito felice delle idee e dei dibattiti diffusi da Il Corriere dei Ciechi, stampato in Braille, appena un anno prima a Firenze proprio dal fondatore dell'Unione Italiana dei Ciechi, l'organizzazione che avrebbe transitato, nel nostro Paese, i minorati della vista dagli angoli delle strade e dai gradini delle chiese, per ripetere un'affermazione efficace dell'attuale presidente dell'Unione, Tommaso Daniele, alle cattedre universitarie. Da quella iniziativa altre ne sarebbero seguite: penso alla Stamperia Nazionale Braille di Firenze, alla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi e alla Biblioteca Italiana per i Ciechi "Regina Margherita", istituzioni, tutte, che hanno dato un contributo fondamentale, all'educazione, alla produzione e alla circolazione del libro, alla trasmissione della cultura e alla diffusione del sapere in un mondo rimasto, prima, ai margini della civilt. L'affrancamento dei non vedenti dalla tutela dei tiflofili e dalla loro impietosa piet, in Italia, , storicamente, opera dell'Unione Italiana dei Ciechi che, di volta in volta, seppe sintonizzarsi con lo spirito del tempo per rispondere ai loro bisogni nel campo dell'assistenza, dell'istruzione, del lavoro e della autonomia, ed esprimere una progettualit adeguata a promuovere le iniziative pi opportune per raggiungere l'obiettivo. Tale opera, per, sarebbe stata oggettivamente impossibile se i ciechi fossero rimasti inchiodati nella condizione di analfabetismo, in cui si trovavano prima dell'invenzione di Louis Braille. Le conoscenze scientifiche maturate nel corso della prima met del Novecento attraverso gli studi tiflologici da Augusto Romagnoli e gli sviluppi pi recenti della tecnologia avrebbero, poi, progressivamente, consentito di definire, in modo sempre pi organico e sistematico, le strategie, le didattiche e i metodi pi efficaci per l'educazione, l'istruzione e la formazione dei minorati della vista. Tutte le ricerche tiflologiche e tutte le innovazioni introdotte dalla tecnologia sarebbero rimaste un vano sforzo senza un codice di lettura e di scrittura commisurato sulle potenzialit sensoriali dei minorati della vista. Spesso, anzi, i risultati conseguiti dalle ricerche tiflologiche e le loro applicazioni tecniche, anche quelle pi recenti offerte dall'informatica, rappresentano uno sviluppo e una verifica, sul piano scientifico, come ho cercato di dire, dell'intuizione precorritrice di Braille, cos sottesa da implicazioni inespresse e inconsapevoli, ma ricche di una straordinaria fecondit e puntualmente confermate dagli studi di neurofisiologia e di psicologia della percezione. A differenza di altre grandi figure di non vedenti che, qua e l, nel corso della storia sono riusciti a segnalarsi per la loro lucidit intellettuale e per la loro preparazione, Braille si impone all'attenzione dello storico per la portata sociale della sua geniale invenzione che ha consentito alla mano del cieco di sostituirsi, nella lettura e nella scrittura, ai suoi occhi privati della capacit di vedere. L'uomo si distingue dagli altri animali, certamente, per le caratteristiche biofisiologiche del suo cervello e per la sua mente che gli consente di pensare, ma anche per la sua mano, che gli consente di fare, di manipolare, di costruire, di trasformare - per umanizzarlo - il mondo fisico-naturale ed adeguarlo alla progettualit del suo pensiero. L'uomo soggetto culturale e storico, perch in grado di apprendere, di conservare e di trasmettere gli apprendimenti compiuti, ma anche perch in grado di produrre e di creare le condizioni materiali della propria esistenza: in questo senso, per i fisiologi antichi, la mano era considerata come un prolungamento del cervello e la dimensione strumentale della razionalit. Indubbiamente, la societ si sviluppata, come sappiamo, in senso videocratico e l'egemonia culturale della visione ha determinato l'emarginazione dei non vedenti, come se questi fossero estranei al mondo della cultura e della civilizzazione e, conseguentemente, quasi non fossero uomini a pieno titolo. Questo marchio di esclusione ha pesato per secoli: certo, come disse una volta Jean Paul Sartre, la cecit l'esperienza della mediazione: tale affermazione resta, fondamentalmente vera, poich circa l'80% delle informazioni giungono al cervello attraverso la vista, ma, dopo Braille, il destino dei ciechi nel mondo radicalmente mutato. La rincorsa verso gli standard di comunicazione, di partecipazione e di integrazione imposti dalla videocrazia non finita, perch i traguardi da raggiungere si spostano continuamente con ritmi cos accelerati che, ogni giorno aumentano la distanza da colmare, ma, oggi, a differenza di centocinquant'anni fa, sia pure con tutti i limiti imposti dalla minorazione e dalle difficolt oggettive che ne derivano, anche i ciechi possono accedere alla cultura e contribuire attivamente al suo sviluppo. Louis Braille, figlio inconsapevole e geniale di una stagione storica che ha celebrato la dignit dell'uomo e l'inviolabilit dei suoi diritti, ha posto le premesse per l'avvento di un nuovo Illuminismo, capace di rischiarare il cammino di una minoranza esclusa dalla storia: per questo i non vedenti di tutto il mondo lo ricorderanno come il loro Prometeo, un maestro, cio, di conoscenza, di vita e di speranza. Riferimenti bibliografici Banchetti, S. (2002). La figura di Louis Braille e l'originalit del suo sistema di scrittura e di lettura tattile. In L'alfabeto Braille come fondamento dell'emancipazione culturale e sociale dei ciechi (pp.13-23). Monza: Biblioteca Italiana per i Ciechi. Braudel, F. (2002). La Storia, misura del mondo. Bologna: Il Mulino. Ong, W. G. (1986). Oralit e scrittura. Bologna: Il Mulino. Carlo Monti, docente di filosofia, presidente del Consiglio Regionale Toscano dell'Unione Italiana dei Ciechi * Intervento alla "Giornata Commemorativa di Louis Braille, in occasione del 150 anniversario della scomparsa", organizzata dall'Unione Italiana dei Ciechi - Consiglio Regionale Toscano, con il patrocinio della Regione Toscana ed in collaborazione con la Stamperia Regionale Braille e la Biblioteca Italiana per i Ciechi, Firenze, 6 dicembre 2002. 9