VIAGGIO TATTILE NEL MUSEO DELLA FOTOGRAFIA ALINARI Cecilia Trinci [abstract] Accompagnare un non vedente nel Museo della Fotografia Alinari significa percorrere con lui un cammino fatto di materiali evocativi e condividere le sensazioni e le emozioni che ne scaturiscono[fine abstract] In piazza S. Maria Novella a Firenze, dallo scorso anno, Š aperto il primo Museo Nazionale della Fotografia Alinari (MNAF) che ha, tra le sue eccezionali sorprese, anche quello di presentare un percorso per non vedenti, in cui alcune foto si leggono con il tatto. Fotografie tattili dedicate a tutti, anche a chi la vista ce l'ha, realizzate con materiali a rilievo capaci di evocare emozioni. Infatti non si tratta di riproduzioni, ma di pezzi unici creati appositamente e con materiali estremamente evocativi, tratti dal quotidiano: stoffe, metalli, cortecce, lana, carta velina. Perch‚ la fotografia, in fondo, non Š descrizione o informazione, ma Š soprattutto immaginazione. Mi trovo ad accompagnare e a condividere l'esperienza con una dolce signora che ha perduto la vista ormai da anni. Ci siamo date appuntamento al museo e Clara Š apparsa all'ingresso, con il suo piumino color ametista, il bastone bianco da cieca portato come un piccolo scettro di regina, il suo sorriso dolce e coraggioso insieme, quei suoi capelli corti "sale e pepe" un po' sbarazzini, curiosa delle persone e delle cose. Iniziamo la visita insieme, ci avviamo verso il corridoio del museo, lei si appoggia al braccio senza aggrapparsi, senza peso, Š poco pi— di una carezza quella sua mano sul mio braccio, giusto per sapere dove siamo e dove andare. Il percorso segue quello comune, non Š separato dal resto in un settore speciale. Ci avviamo dunque verso l'inizio, una sala stretta e lunga, illuminata solo in alto dagli effetti voluti dal regista Giuseppe Tornatore che ha curato il particolare allestimento. Ci fermiamo alla prima postazione e subito scatta la voglia di toccare, di provare, di conoscere e sperimentare. Clara posa la mano piccola da pianista sul primo dagherrotipo della mostra, lo osserva smontato nei suoi elementi: il vetro freddo e liscio, l'immagine a rilievo del Foro Romano, la cornice: le mani volano, accarezzano, palpano, conoscono con intimit…. Nella vetrina appena sopra di noi Š esposto l'originale: un'immagine diafana impressa su lastra d'argento coperta di vetro, nello stile, appunto, dei dagherrotipi. Subito sotto, sul leggio costruito appositamente per la tavola tattile, c'Š la stessa immagine a rilievo in doppia versione: il contorno del Foro Romano su vetro e poi sbalzata su lastra argentata. Clara dice: "Amo toccare il vetro. Il vetro mi comunica. So che Š fragile. Ô come un sogno: sta lŤ finch‚ lo rispetti". Esplora e capisce cosa significa un antico dagherrotipo, riscopre la forma del tempio, accarezza le colonne, i capitelli. Scorre sul vetro e poi sull'argento. Immagina il Foro Romano. Poi prosegue verso il ritratto di un nobiluomo dell'ottocento: l'originale Š la fotografia di Sir Henry Taylor, con la folta barba in piena luce e lui, l'uomo, appoggiato nell'ombra, vestito di scuro, con un cappello. Clara rimane a lungo a toccare la barba di stoppa pettinata, soffice, lanosa, protagonista dell'intera immagine proprio come nell'originale, accarezza il pesante vestito, una stoffa che parla del passato, del tempo. Dice: "Questa stoffa d… un senso di antico, di quel salotto borghese che abbiamo perduto, con le signore che prendono il the. Parla di mantelli, di tranquillit… operosa, di qualcosa che non c'Š pi—. Questa stoffa ha il tempo dentro di s‚". Prosegue verso la foto plastica della statua di una testa di cavallo: lo vede affaticato, affannato, stanco, tutto teso in uno sforzo estremo. A vederlo non lo avevo notato. Ma Š vero, a rivederlo descritto da lei Š proprio cosŤ, esausto. Il cavallo a rilievo Š su plastica bianca, corposa, la testa di profilo. Lei insiste a guardare, o meglio, a toccare la bocca pi— del resto: "Š lŤ, lei dice, che Š stanco". E le piace lo sfondo che lo sottolinea, che lo fa sentire importante, evidente. Continua a toccare come sa fare lei, abbracciando le immagini con le mani piccole e svelte, riconoscendo, immedesimandosi, traducendo le sue emozioni. Esplora poi le piramidi d'Egitto realizzate tutte coperte di sabbia di fiume che evoca l'arido, la sete, la solitudine; poi prosegue verso la foto delle begonie, incise leggere su carta pergamena e dipinte ad acquarello, sono carnose, turgide, pronte ad esplodere di vitalit…. Dice: "sono foglie che sembrano gravide, pronte ad esplodere vita. Pi— si toccano e pi— il materiale si addolcisce, diventa vero". Come la rosa di carta indiana nelle mani di donna, pi— si tocca e pi— diventa morbida. Sono rappresentate solo due mani di donna e una rosa. Ma lei immagina la donna intera che non c'Š, sensuale, nobile, raffinata e la rosa appare ancora pi— viva, sorretta da mani eleganti rappresentate in un rilievo bianco, plastico, in contrasto con la carta leggera del fiore. Raggiungiamo i Faraglioni di Capri e Clara subito dice: "belli! Ci sono stata a fare il bagno e raggiungerli non Š stato facile!". E intanto parla di altre emozioni, di altri pensieri, poi a un tratto: "Mia figlia ha scritto una poesia sul ricordo, non sul ricordare, ma sul ricordo come realt… concreta, qualcosa che si vede davanti a noi. Il ricordo trasforma le cose". Legge la foto dicendo: "stranamente il mare e il cielo che sono in genere descritti per la loro mobilit…, per come si trasformano, qui sono visti come lisci e fermi e i faraglioni sono i protagonisti, visti come materia, come potenza, come immutabilit…, come terra concreta e forte". I faraglioni sono rappresentati infatti ampi, possenti, su scorza di pino intagliata, un po' scabrosa, un po' ruvida. Il mare Š liscio, freddo, suggerito da carta velina e alluminio. Il freddo Š reale sotto le mani, in contrasto con il legno invece pi— caldo, come le rocce scaldate dal sole. Si accendono i ricordi di momenti felici in acque fresche, di gite al mare, di echi sotto le volte delle rocce. Si ferma. Ricorda. Rimpiange. Raggiunge la buffa Peggy Guggenheim, la parrucca bianca, gli occhiali straordinari a forma di farfalla, i gioielli improbabili a pendente sulla maglietta vera. Ricostruisce la stranezza del personaggio, la immagina com'era, donna aristocratica e irriverente, curiosa e stravagante. Poi, alla fine tocca la spilla, "bellissima" dice, "con questa cornice cosŤ perfetta, cosŤ gustosa nei particolari, una meraviglia". Quando tocca la foto di Fontana del paesaggio estivo dice che Š divertente, rimane un po' a far crocchiare la velina gialla che volutamente fa rumore nell'intento di evocare spighe di grano e cicale in un pomeriggio d'estate. Ci racconta una sua sensazione, come si ritrovasse a camminare davvero nel grano mosso dal vento. Poi, insistendo sulle nuvole dice: "ma queste non sono nuvole di temporale, sono leggere, soffici, innocue". "E il cielo?" le chiedo. "Ô un cielo chiaro, risponde, un cielo sereno, un cielo di pace!" e le sue mani scivolano sulla seta blu che lo racconta, andando su e gi— e poi tornando su, esprimendo il piacere di toccare, di conoscere. Di abbandonarsi in un cielo che si perde nell'infinito della seta. Cecilia Trinci Responsabile Stamperia Braille Regione Toscana ?? ?? ?? ?? 1